Sono appena terminati i festeggiamenti per il 150° anno dell’ Unità d’ Italia e mi riesce ora difficile tornare con la mente agli analoghi avvenimenti del 1961, anno in cui si festeggiò il primo cinquantenario dell’ Italia finalmente diventata una Nazione.  Erano gli anni sessanta, quelli che hanno caratterizzato il boom  economico e noi eravamo abituati  - forse più di quanto avvenga ora – ai valori essenziali dell’ umanità, primo fra essi il rispetto verso gli  altri e, perché no?, verso la nostra Patria che in questi ultimi tempi sempre più frequentemente viene offesa al grido di “secessione” dimenticando forse che l’ art. 5 della nostra Costituzione recita: ” La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi delle sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento.” e che al successivo art. 6 dispone “La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche.”

Il sentimento patrio è meno considerato talvolta di quello locale: del resto non siamo forse i discendenti dei Comuni sempre in lotta tra loro, dei guelfi e dei ghibellini ecc. ecc.?

Siamo poi cresciuti con i nuovi mezzi di comunicazione, che hanno prodotto certamente alle esigenze effetti positivi, ma che hanno sempre più sostituito i genitori e gli insegnanti proprio nell’educazione di base non riuscendo a trasmettere appieno i fondamentali principi dell’esistenza umana fatta pure di problemi e non solo di gioie: la vita vissuta di apparenza e non di sostanza, basti pensare alle tantissime trasmissioni televisive spesso inutili  e volgari e quel che è peggio portatrici di esempi negativi specie per i giovani.

Nel corso dell’anno appena finito abbiamo assistito ad una continua lotta tra le varie istituzioni del Paese, mentre i problemi concreti continuavano ad aumentare. Le risse sono state sempre più frequenti mentre  i servizi essenziali per i cittadini più bisognosi si riducevano, causa i massicci tagli imposti ai Comuni, a seguito delle manovre economiche del Governo che hanno operato pesanti tagli alle Regioni ed Enti locali, con il risultato  di una drastica riduzione dei servizi sociali e pertanto di vedere sempre  più ingrossarsi le file dei richiedenti aiuti caritatevoli rappresentate non solo da immigrati, ma anche da italiani cassaintegrati, senza occupazione o con redditi insufficienti a fronteggiare il crescente aumento del costo della vita. Si è pervenuti addirittura ad un aumento percentuale di IVA, che incide su circa il 50% dei prodotti alla vendita e quindi iniqua particolarmente per le fasce più deboli e per redditi familiari già calati rispetto agli anni immediatamente precedenti. Siamo sempre alle solite: “Chi paga è sempre pantalone”. Forse giova a questo punto ricordare il vecchio detto latino “Forsan et haec olim meminisse juvabit  (forse un giorno gioverà ricordare questo).

Purtroppo il declino socio/economico non è soltanto evidente nelle fasce più deboli dei cittadini quali gli operai, pensionati e disoccupati, ma ormai coinvolge anche fasce di cittadini abitualmente collocate più in alto. In sostanza, le famiglie perdono potere di acquisto e sono costrette a ridurre il loro risparmio, fiore all’occhiello dell’ Italia: questo evidenzia purtroppo una crescente povertà ed una maggiore diseguaglianza tra i connazionali. La distanza tra ricchi e poveri aumenta sempre di più, mentre soltanto il 10% della popolazione detiene oltre il 45% della ricchezza complessiva. Tutto ciò è maggiormente aggravato dal fatto che oltre 2 milioni di giovani non frequentano la scuola o corsi di istruzione e di formazione e non lavorano, anzi non lo cercano neppure un lavoro.

Il problema dei giovani è certamente il più grave, causa il presente incerto, che non ipotizza a breve un futuro positivo. I giovani non credono più nella scuola superiore, anche perché constatano quanto sia sempre più difficile trovare una occupazione stabile e, quando ciò avviene, restano sfiduciati per la mancanza di possibilità di valorizzare e di aumentare le proprie competenze: un danno insomma per le risorse impiegate dalle famiglie e dalla società.

L’anno appena trascorso è stato  un anno veramente terribile sotto l’aspetto economico/finanziario. L’ Italia – Paese socio/fondatore  dell’ Europa – ha visto crescere ulteriormente il proprio debito e l’ Europa ha imposto il pareggio di bilancio entro il 2013.  Ciò impone agli italiani grossi sacrifici –  certamente superiori a quelli affrontati nel 1992 – per poter uscire dalla spaventosa crisi in cui ci troviamo  (peraltro sottovalutata dal precedente governo se non addirittura negata)  causa anche la recessione economica che pesa sullo sviluppo del Paese. In mancanza di questo, saremo sempre più tartassati fiscalmente con scarsi benefici  per il futuro, in particolare per le giovani generazioni e per quelle future; ricordiamo che il nostro tasso di disoccupazione è arrivato ad oltre l’ 8%, con la preoccupante percentuale del 30% della disoccupazione giovanile. Al riguardo voglio ricordare – con l’augurio che tutti possano veramente crederci – l’art. 1 della nostra Costituzione, primo comma:  ”L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”.

La politica ha dato prova di scarsa capacità a rimediare ai veri problemi, occupata come era a litigare con  avversari talora presenti nelle stesse file della  maggioranza governativa!  I continui litigi hanno portato il Parlamento ad essere bloccato, intento a varare leggi con il contagocce, paralizzando di fatto il Paese, che avrebbe invece avuto bisogno di vedere finalmente realizzate le tante riforme strutturali sempre promesse e mai realizzate. Abbiamo assistito di frequente ad indecenti comportamenti di politici, spesso addirittura ministri, che con gestacci e parolacce hanno dato il  loro peggiore esempio, accogliendo anche applausi ed urla di gioia!  Quanto avvenuto non è altro che la rappresentazione del  basso grado di civiltà raggiunto superato da comportamenti disdicevoli imputabili addirittura al Capo del Governo, che  definì il Capo di una Nazione europea molto importante con un epiteto (culona) che poteva  far sorridere soltanto chi non ha alcun rispetto per una signora.

La crisi finanziaria ha comportato una crescente disoccupazione e sulla nostra economia pesa pure l’impennata dei prezzi delle materie prime, ad esempio petrolio e grano. Ovviamente i più colpiti sono sempre i più deboli, che difficilmente potranno sostenere i consumi. In un periodo di grave crisi è anche più agevole l’inserimento della criminalità organizzata nel tessuto socio/economico, con conseguenti possibilità di acquisizioni di attività imprenditoriali in crisi, con conseguente riciclo del danaro proveniente dalle attività illegali e acquisizione di nuovi adepti specie giovani.

Siamo diventati un Paese che arranca a modernizzarsi e pensare che soltanto alcuni decenni fa eravamo in buona posizione ad esempio per la rete autostra- dale, che ci vedeva al secondo posto dopo la Germania, mentre oggi siamo superati anche dalla Francia e dalla Spagna.

Di questo purtroppo sembra che i nostri rappresentanti politici – diciamolo pure i nostri dipendenti  da noi pagati profumatamente – non si sono avveduti   affatto, tanto era il frastuono dei loro litigi e tanto erano distanti dai veri problemi degli italiani.

Cause le nostre incertezze e confusione, siamo diventati un Paese immobilizzato, con una politica non in grado di reagire, senza neppure riuscire a ridurre significativamente l’enorme macigno della nostra spesa pubblica   e siamo quindi entrati nel mirino dell’Europa per le privatizzazioni e le liberalizzazioni ancora incompiute, per un sistema farraginoso della tassazione, con un sempre maggior peso per i cittadini.

Nell’ultimo decennio abbiamo assistito purtroppo ad un generale regresso della Nazione, che potrà invertire positivamente il negativo  stato attuale soltanto con una nuova classe dirigente capace ed onesta  (troppi  sono i parlamentari con giudizi della magistratura ancora pendenti!), che possa dare il giusto esempio ai cittadini come già avvenuto in passato, uscendo da un disastroso dopoguerra. Ciò forse indurrà i nostri connazionali ad essere ancor più disponibili al sacrificio per il bene comune, tenendo anche presente l’impegno inderogabile dello Stato a fronteggiare con decisione e severità la lotta all’evasione fiscale e la crescente corruzione, che tanti danni procurano all’Italia.  Non è possibile e nemmeno corretto  poi che la classe dirigente imponga sacrifici, senza dare concreto esempio: si parla di prelievi di solidarietà, peraltro modesti, ma non si comprende che tale modesta partecipazione incide ancor di più sulla già scarsa  credibilità delle istituzioni, quando sempre più viene meno l’importanza dei gesti pubblici.

Si parla tanto di anti-politica, ma forse sarebbe opportuno proprio ora riappropriarsi della politica, imparando a controllare chi governa e richiedendo con forza il rispetto di quei valori che rafforzano il bene comune della comunità. Si parla ora anche di sospensione della politica, se non addirittura di mancanza di democrazia: forse sarebbe opportuno evidenziare l’assoluta prevaricazione delle ragioni del proprio partito su quelle della Nazione.  E’  possibile ancora pensare che le leggi non sono forse approvate in Parlamento e non dal Governo, che può al massimo proporle richiedendo  poi il voto di fiducia? Perché non si ha il coraggio di cambiare subito la legge elettorale definita dal suo stesso estensore una  ”legge porcata”  che permetta ai cittadini di scegliersi  i propri candidati e di non accettare quindi le nomine previste dai capi partito? Ricordiamo al riguardo che un recente referendum elettorale, votato da oltre un milione di votanti, ha aderito alla proposta di abrogazione della stessa. Forse potrebbe essere un primo passo per tentare di  rinnovare la politica attuale, fatta in gran parte da personaggi di scarsa cultura politica e quel che è peggio di forti interessi personali e spesso di inciviltà.

Vorrei chiudere con un aforisma di Indro Montanelli del 1997 ma sempre attuale: “Dell’ Italia non mi piace quasi niente.  Ma quel poco che sono, sento di esserlo come italiano; e, se non fossi italiano, non sarei più nulla”.

Ora e sempre Viva l’ Italia!!!

 

 

 

 

 

 

 

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Il 17 marzo 1861 a Torino, capitale del Regno di Sardegna,  fu promulgata la legge n. 4671 che, all’artico unico, proclamava:  ”Il  Re  Vittorio  Emanuele   II assume per sè e suoi successori il titolo di Re d’Italia”.  La capitale del nuovo regno è stata  Torino sino al 1865, successivamente Firenze dal 1865 al 1871.   Mancava però ancora lo Stato Pontificio con Roma che il 20 settembre 1870 – dopo la battaglia e successiva breccia di Porta Pia – fu annessa al Regno d’Italia, ponendo fine al potere temporale del Papi, diventando quindi successivamente la capitale del nuovo Stato.

La nuova nazione contava una popolazione di 22 milioni circa di persone, socialmente ed economicamente arretrata con l’80% di analfabeti. La grande massa della popolazione urbana e rurale rimase del tutto esclusa dalla vita politica – non potendo ancora contare sul diritto di voto – e quindi anche la partecipazione delle masse popolari e contadine ai moti risorgimentali fu molto modesta : il loro problema vitale non era certamente quello politico e quello della identità nazionale, ma quello della sopravvivenza visto che si moriva letteralmente di fame.

Anche dopo il 1870 l’Italia rimase un paese prevalentemente agricolo, ad eccezione di piccoli nuclei di operai, che prestavano la loro opera nelle nascenti industrie meccaniche e siderurgiche.

Il proletariato operaio era ancora scarso, tenuto conto dei pochi stabilimenti di  Torino,  Genova,  Milano e  Napoli che  producevano locomotive  e  carrozze ferroviarie ( da ricordare che la nostra prima linea ferroviaria è stata la Napoli/Portici del 1838) oltre ai motori marini: per inciso è da sottolineare la grande importanza che avevano la  marina mercantile e  quella  militare del Regno  delle  Due  Sicilie considerate tra le primissime in Europa.  A questi stabilimenti si aggiunsero quelli della produzione siderurgica degli  altoforni a carbone  sviluppatisi in  Lombardia,  Valle d’Aosta,  Toscana e  Calabria.    Altre  industrie  le  troviamo   nel settore tessile e della seta a Como, del cotone in Piemonte,  Lombardia e  Veneto,  oltre  alle cave di marmo a Carrara , le zolfatare in Sicilia e  le miniere in Sardegna.

La maggiore arretratezza del meridione era causata in gran misura dalla frammentazione della proprietà contadina, che subiva il prevaricamento dell’ attività dei latifondi oltre ad un commercio molto limitato nelle aree interne anche per la scarsità delle vie di comunicazione, mentre notevole era quello indirizzato verso le città e nazioni con sbocco a mare.

E’ bene comunque ribadire che all’ Unità si pervenne dopo durissime battaglie risorgimentali, con notevole dispendio di mezzi economici, contro le truppe dell’esercito  austro-ungarico,  nel quale militavano  italiani delle regioni  che facevano ancora  parte di quei territori  imperiali e cioè:  Lombardia, Veneto, Trentino Alto Adige, Friuli e Venezia Giulia.  La bilancia commerciale invece – a differenza della finanza, che presentava un preoccupante disavanzo dovuto alle ingenti spese militari – era positiva, in particolare per le importanti produzioni agricole delle regioni del sud rivolte essenzialmente verso i paesi mediterranei.

Prima dell’ Unità,  esistevano condizioni  socio/economiche  diverse tra  nord e sud  del paese che, purtroppo,  si aggravarono  con la nuova  politica economico/finanziaria che privilegiò essenzialmente il nord: dopo l’unificazione infatti notevoli furono i mezzi finanziari che partivano dal meridione, per sanare il grosso deficit pubblico, gravato – come già detto – dalle spese militari particolarmente gravose sostenute in diversi decenni.

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Nella notte tra il  21 e 22  corrente, un uomo di 35 anni percorreva una strada in  Provincia  di  Cremona e,  causa un azzardato sorpasso in zona vietata ,  ha investito un gruppo di 3 ragazzi sedicenni che, con una loro compagna diciassettenne, percorrevano con le loro biciclette la stessa strada in fila indiana, per raggiungere le loro abitazioni distanti soltanto qualche centinaio di metri.

La ragazza,  colpita in pieno,  è stata trascinata per diversi metri sul parabrezza dell’ autovettura ed  è  purtroppo   deceduta,  mentre  un  ragazzo  è   tuttora gravissimo,  ricoverato con  prognosi riservata  presso l’ Ospedale  di  Crema;   gli altri  due ragazzi   fortunatamente  se la  sono  cavata soltanto  con alcune escoriazioni.

Verrebbe subito da pensare ad uno dei  tanti incidenti stradali causati dal mancato rispetto delle regole o anche dalla  imperizia  del guidatore:  niente di tutto questo!  L’investitore, che  è risultato positivo all’alcool- test con un tasso alcolemico quattro volte superiore al consentito dalla legge,  sembra abbia risposto agli agenti che lo arrestavano:  ”Può succedere” !!!    Non esistono parole per definire tanta insensibilità, pur se in una condizione fuori dalla normalità.

L’abuso di alcool è diventato per noi un grosso problema sociale, che investe in particolar modo i più giovani. E’  ormai una pessima abitudine  proprio  per i  ragazzi bere alcool specie nei weekend, per giungere allo  ”sballo”  e quindi sfuggire alle difficoltà ed alle responsabilità. Sempre più si parla  ora di un maggior tasso di incremento di fumatrici e di di assunzione di alcool da parte delle donne – le cui abitudini di vita sono molto cambiate rispetto al passato-  tanto da essere addirittura superiore all’incremento maschile, con  conseguenze di danni strutturali al feto in caso di gravidanza.

Ma cosa differenzia  questi ragazzi  viziosi  e viziati da quelli che iniziano con lo spinello e finiscono poi per assumere droghe di ogni tipo?  Nulla,  se pensiamo che sempre più spesso finiscono al Pronto Soccorso e talvolta assieme a persone innocenti che erano al posto sbagliato al momento sbagliato.

I costi sociali sono enormi:  si stima in oltre  25.000  le persone di età superiore ai  20 anni  decedute per cause connesse al consumo eccessivo di alcool,  oltre alle malattie che si riscontrano (cirrosi epatiche, danni neurologici, depressione, demenza, aggressività e violenze specie nelle famiglie) e spesso alla perdita del lavoro, con evidenti aspetti negativi  anche finanziari per sè stessi e per le famiglie  e tutto questo senza considerare  gli incidenti stradali provocati da ubriachi.

L’alcolismo produce danni nella vita singola e della comunità: la spesa sociale è elevata in termini di perdita di produttività e costi per la salute, che comporta almeno un 20% delle patologie curate negli ospedali  connesse all’abuso di alcool. Si stima che il 6% del PIL (Prodotto Interno Lordo) nazionale sia influenzato negativamente dai danni causati dall’alcolismo, senza peraltro sottacere che un incidente stradale su cinque sia causato da guidatori alticci se non proprio ubriachi.

In Italia sappiamo che esiste una tradizione culturale per l’assunzione moderata di quantità di vino o birra durante i pasti:  ciò infatti  può  avere effetti benefici sulle funzioni digestive; al contrario l’abuso conduce soltanto alla dipendenza e quindi a tutti gli aspetti negativi della stessa, paragonabile in parte a quelli della droga.

Le cause sono da ricercarsi certamente nei rapporti interpersonali soprattutto in famiglia, nelle troppe violenze che si manifestano tra le mura domestiche ed anche nella maggiore disponibilità di danaro e ad un modello diverso di aggregazione specie giovanile.

La legge italiana vieta la vendita di alcoolici ai minori di 16 anni nei luoghi pubblici, in quanto gli effetti che si registrano sui giovani di età inferiore provocano danni ancor più negativi sull’intero organismo ed ancor di più sulle ragazze, causa la loro minor massa corporea, oltre alla minore presenza di liquidi. Ma  non credo possibile una vera attuazione della legge, anche con tutti i dovuti controlli: basta un amico compiacente di pochi anni maggiore per aggirare l’ostacolo.

Ormai è noto che l’abuso di alcool provoca comunque danni neurologici, che possono essere superati soltanto nei casi di astinenza e soltanto per bevitori non cronici.  Si parla anche di preparati, che riescono a contenere la sbornia: niente di più falso!

Ma allora, cosa è possibile fare per estirpare questo cancro della nostra società?

Per la tutela della salute pubblica e privata, è evidente che lo Stato deve intraprendere  dure ma  necessarie  azioni di  contrasto,  con assidui controlli da parte delle forze dell’ordine, ma  deve anche punire  con pene giuste ma certe e severe chi ha sbagliato. Ma tutto questo non è sufficiente, basti ricordare le particolari severe leggi che furono applicate negli U.S.A. negli anni che vanno dal 1919 al 1933  (per inciso ricordiamo anche analoghe iniziative intraprese negli stessi anni dalla Norvegia e dalla Finlandia) note come  ”Proibizionismo”.

Questa iniziativa del governo statunitense non solo non eliminò il fenomeno, ma anzi fece riscontrare aumenti nel consumo dell’alcool,  i prezzi aumentarono anche per qualità più scadente, senza considerare che l’intero business era gestito dalla criminalità organizzata, il cui massimo esponente era Al Capone che, a sua difesa, si definiva un uomo d’ affari in quanto  forniva alla  gente un prodotto  molto richiesto e queste  persone  non erano  considerate  gangster,  pur se facevano uso di prodotti proibiti dalla legge.

Credo che siano non solo opportune, ma forse necessarie, massicce azioni informative rivolte soprattutto ai giovani in modo da sensibilizzarli sui gravi danni provocati dallo smodato uso dell’alcool: tali azioni non devono essere però fini a sè stesse, ma devono coinvolgere fin dall’infanzia tutti gli operatori a partire dalla famiglia, dalla scuola, dalle istituzioni in modo da creare le dovute sinergie tra gli attori di questa che deve essere una normale rappresentazione di vita e non esaurirsi in una tragedia. Occorre investire certamente molti soldi, ma soprattutto occorre educare sin dall’infanzia.

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