Archivio per la Categoria “politica”

L’estate  2009  si avvia alla fine e  sembra utile ricordare che,  in piena stagione,  alcuni nostri esponenti politici, con importanti incarichi di governo, hanno esternato in più occasioni le loro idee per alcune ri-forme davvero importanti per il nostro Paese.

Ricordiamo a tal fine che, a fine luglio scorso, la Lega ha avanzato proposta in Parlamento di sottoporre gli insegnanti  -  nati  in  una  regione  diversa  da  quella  nella  quale  andrebbero  ad  esercitare  la pro-  fessione – ad un test sulla storia, tradizioni e dialetto e questo indipendentemente dalle loro obbiettive    e riconosciute capacità didattiche.

Come se ciò non bastasse, è stato proposto anche di insegnare il dialetto nelle scuole. Ora sappiamo che proprio il dialetto è l’espressione più contraria ad una lingua, traendo  la sua  forza  unicamente dalla tradizione tramandata nel corso delle varie generazioni.   Addirittura  il  Ministro  per  le  Politiche Agricole, Alimentari e Forestali Luca Zaia ha ipotizzato un telegiornale  in dialetto in sostituzione di quello attualmente diffuso regionalmente sulla terza rete della RAI-TV.

E poi, quali dovrebbero essere i dialetti da insegnare, visto che in Italia se ne contano molte decine tra i più importanti?   Almeno quante sono le regioni verrebbe da dire!  Ricordiamo che le regioni sono 21, le Province 107 e qualcosa come 8.000 Comuni. E  tutto questo ovviamente senza  ”a prescindere”  (come direbbe il grande Totò) da evidenti forme di incostituzionalità, che obbligherebbe il Parlamento a porre mano alla  revisione dei  relativi  articoli  della  Costituzione, sulla quale – è bene ricordarlo sempre –  i nostri ministri hanno giurato fedeltà.

Proporre l’insegnamento del dialetto a livello scolastico sarebbe una vera sciocchezza, oppure un calco-lo politico ben avveduto, per ottenere maggiori consensi, considerata la prossima tornata elettorale per le regioni: infatti nella prossima primavera 2010 vi sono ben 13 regioni interessate al rinnovo dei consi-gli regionali e cioè Piemonte, Lombardia, Veneto, Liguria, Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Marche, Lazio, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria.

Se veramente si volesse dare un senso alle proprie  tipiche identità, sarebbe forse opportuno far cono-scere maggiormente le realtà locali e/o regionali, promuovendo attività sul territorio, itinerari e mani-festazioni anche culturali, magari con qualche tipica guida locale che si esprima  anche in dialetto.

Il 16 agosto scorso si è tenuta la ricorrente festa della Lega a Ponte di Legno ed il ministro Umberto Bossi ha ritenuto di chiedere ai suoi la sostituzione del nostro inno nazionale con il “Và pensiero” del Nabucco di Giuseppe Verdi, con la motivazione che gli italiani non conoscono le parole del loro inno, a differenza di quello verdiano (sic!).

Il canto degli Italiani, comunemente ricordato come inno di Mameli venne scelto in via provvisoria nel 1946 in sostituzione della marcia reale ma, come ben sappiamo in Italia, non vi è cosa più definitiva di quella detta provvisoria.  A questo punto ricordiamo che il patriota genovese mazziniano Goffredo Ma-meli scrisse l ‘inno nell’autunno 1847 e che, musicato da un altro genovese il maestro Michele Novaro, nel dicembre stesso anno venne per la prima volta suonato e cantato sul piazzale del Santuario di Ore-gina (GE) dalla banda municipale di Sestri Ponente. Mameli aveva 20 anni e nel successivo 1848 parte-cipò alle 5 giornate di Milano e, ferito successivamente a Roma assediata dai francesi, morì a soli 22 an-ni.

Verdi è stato certamente il più grande compositore italiano di musica lirica ed il  ”Và pensiero”  propone la drammatica vicenda del popolo ebraico prigioniero in Babilonia: qual’è il nesso con la nostra storia? Potremmo allora pensare anche alla  ”Marcia  trionfale”  dell’  Aida,  tanto per restare nell’ ambito della musica verdiana.

Un altro ministro della Repubblica Ignazio Larussa  ha bollato la proposta di Bossi   “dovuta ad un colpo di sole”:  certamente una ironica battuta ma, signori ministri, non possono bastarci le vostre battute, se si tiene anche conto che, per la Lega, esiste già una Repubblica Federale della Padania!

La crescita di una nazione avviene con la sua identità ed allora possiamo definire la Patria quale contrap-posizione avanzata sia per le identità locali, sia per quelle più culturalmente progredite.  La Patria deve essere la nostra cultura, il nostro passato per tutto quello che siamo riusciti a fare (come ad esempio nel-l’arte): è un valore sempre attuale, che affonda le sue radici nella memoria delle generazioni.

Il senso della Patria lo si prova sul podio dopo una gara oppure quando vengono intonate le prime note dell’ inno nazionale: sono sensazioni che rendono orgogliosi, perchè ci ricordano le nostre radici, l’idea della famiglia, le nostre tradizioni e quindi il senso dello Stato.

Il patriottismo italiano ha una storia abbastanza breve, collocandosi in realtà al tempo del nostro Risor-gimento e certamente era rappresentato soltanto da una èlite di personaggi passati poi alla storia. Forse dobbiamo arrivare alla 1^ Guerra Mondiale, per iniziare a pensare ad una Patria comune anche da parte dei ceti sociali meno progrediti non soltanto culturalmente, in particolare gli italiani arruolati in tutte le regioni e che conobbero la disfatta di Caporetto, ma anche e soprattutto la riscossa sul Piave e quindi la vittoria finale.

Notevole è anche l’importanza dei simboli, che si diffusero in tutto il Paese, per ricordare chi aveva sa-crificato la vita per l’ Italia:  non esistono metropoli, città o semplici paesi che non abbiano almeno un monumento per ricordare i morti in guerra.  Per noi  italiani un monumento simbolo  è  certamente  il Vittoriano a Roma, ideato nel 1878 per celebrare con il re Vittorio Emanuele II l’ unità d’ Italia, inaugu-rato poi nel 1911 e nel successivo 1921 diventato Tomba del Milite Ignoto, per ricordare i caduti della Grande Guerra.

Altri simboli sono indubbiamente rappresentati dalle bandiere e dagli inni. E’ la forza di questi simboli che unisce il passato ed il presente, la memoria appunto di sentire il proprio paese una Patria.

Possiamo riuscire a costruire meglio il senso della nazione e quindi la Patria, se pensiamo con maggiore forza e convinzione alle identità che ci accomunano ed un po’ meno alle particolari identità locali  (sem- pre da difendere e semmai anche da rivalutare) ed ai nazionalismi più gretti.

A questo punto, a conclusione, vorrei ricordare la  prima parte del nostro Inno nazionale, quella che di solito viene anche cantata nelle cerimonie ufficiali:

Fratelli d’ Italia   L ‘Italia s’ è desta   Dell’elmo di Scipio   S’ è cinta la testa.   Dov’ è la vittoria?   Le porga la chioma, Chè schiava di Roma   Iddio la creò.   Stringiamoci a coorte   Siam pronti alla morte   L’ Italia chiamò.

Viva l’ Italia!!!

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Quante volte le mamme del Corno d’Africa, del Sud-Est asiatico o dell’ America Latina ascoltano questo grido di dolore emesso dai loro bimbi e sono costrette a chinare il capo per non far vedere il loro pianto, per la consapevolezza di non poter alleviare anche soltanto in parte la loro sofferenza?

La FAO stima in circa 1 miliardo le persone, che soffrono la fame e in oltre 2 miliardi la malnutrizione, di cui l’ 80% circa in Africa e, a quanto sembra, il problema non è la scarsezza di generi alimentari, considerata l ‘enorme quantità di cibo che finisce nelle discariche: gli sprechi dei ricchi potrebbero alimentare gran parte di questi sventurati.

E’ un problema che riguarda paesi con scarsità di entrate, da non poter finanziare i necessari miglioramenti per ribaltare la difficile situazione. Vi sono paesi schiacciati dai debiti contratti con i paesi ricchi, che non riescono neppure a far fronte ai pagamenti degli interessi annui. Altri paesi ancora sono op-pressi dalle ingiuste politiche di sfruttamento delle loro risorse, effettuate dalle multinazionali.

Si può forse affermare che il vero problema di tali situazioni di enorme disagio per questa grande massa di uomini del nostro pianeta non può che essere ricondotto al bieco sfruttamento perpetrato dai ricchi a danno delle regioni più povere della Terra.

Ma – come se non bastassero già i dati preoccupanti forniti dalla FAO – non bisogna neppure sottacere che almeno 15 milioni di abitanti dei paesi sviluppati sono ormai nella fascia della povertà.

Sono anni ormai che l’ UNICEF denuncia i pericoli cui vanno incontro milioni di bambini, senza peraltro considerare i tanti addirittura neppure registrati alla nascita e quindi “invisibili”.

Quanti sono quelli sfruttati sessualmente (magari da quelle bestie di insospettabili cittadini organizzati con voli charters) o adibiti alla guerra o quelli già infettati dall’ AIDS ed ancora quanti saranno quegli infelici sopravvissuti anche se rachitici, causa la carenza alimentare e quanti quelli che muoiono di malattie facilmente prevenibili e/o curabili con semplici vaccinazioni o addirittura se fosse possibile per questi sventurati il facile accesso all’acqua potabile ed ai normali servizi igienici?

Si parla anche di almeno 50 milioni di donne, che non usufruiscono di alcuna assistenza per la loro gravidanza, di un milione circa di donne che muoiono prima del parto e di oltre 5 milioni di neonati morti.

Mentre nei paesi sviluppati continua la diminuzione della mortalità infantile ed aumenta la vita media degli abitanti, negli altri paesi il dato più eclatante è rappresentato da un consistente calo della natalità.

Sono cifre che fanno inorridire!

I fattori – sempre più negativi – che causano tanto dolore per una gran parte dell’umanità sono da ricercarsi essenzialmente:

  • - per i paesi già poveri nell’impennata dei prezzi delle materie prime dell’agricoltura;
  • - per i paesi in via di sviluppo nella mancata possibilità di accesso alla terra ed al credito, nonchè nei prezzi sempre elevati dei generi alimentari.

Del resto, non basta aumentare la produzione alimentare senza sviluppare l’agricoltura nelle zone più povere, proteggendo altresì i produttori di quelle zone dalle multinazionali, che finiscono per svilire i loro prodotti e nello stesso tempo costringono i loro paesi ad indebitarsi sempre più.

E’ necessario altresì combattere la povertà, per ridurre i gravi effetti della malnutrizione e riflettere quindi sul fatto che non solo sia doveroso, ma addirittura indispensabile, se vogliamo che la stessa pace e la sicurezza nel mondo non siano in pericolo, quando vengono lesi i fondamentali diritti dell’uomo: cibo e acqua, senza dimenticare il grave problema ormai mondiale del lavoro, che non può essere precario, poichè la precarietà inevitabilmente porta alla povertà.

Il vertice mondiale dell’alimentazione tenutosi nel 1996 concordò la riduzione entro il 2015 del numero delle persone malnutrite nel mondo: purtroppo siamo ancora una volta ben lontani dai giusti propositi della meta prefissata, considerato che molti paesi hanno contribuito molto meno di quanto a suo tempo sottoscritto e tra essi dobbiamo purtroppo annoverare anche l’ Italia.

In questi giorni i “grandi” della Terra partecipano al lavori del G8 in Abruzzo, la terra tanto martoriata dal recente terremoto e ci auguriamo che il rinnovato sostegno ai paesi poveri della Terra non sia solo nelle intenzioni, ma porti veramente e concretamente ad una inversione di tendenza a favore dei nostri fratelli in tutto il mondo e solo allora potremo veramente dire che sono “grandi”.

Le recenti forti denunce del Papa sulle ingiustizie sociali devono far riflettere e soprattutto tentare tutte le vie possibili per una maggiore solidarietà verso l’umanità più bisognosa: sono questi del resto i concetti più volte ripetuti dal Pontefice ed ora richiamati nell’ultima enciclica sociale “Caritas in veritate”, il cui significato è molto significativo.

Tutti dovremmo impegnarci per contrastare questo stato di cose, consapevoli che il vero sviluppo della umanità non può che essere mondiale. Bisogna scrivere nuove regole della globalizzazione, per salvaguardare la pace e la stabilità stessa del nostro mondo. Forse si potrebbe ipotizzare un nuovo governo mondiale, che affianchi l’ ONU e soprattutto che prenda le giuste decisioni per una maggiore solidarietà verso i meno fortunati e non subisca le politiche delle organizzazioni puramente finanziarie volte quasi esclusivamente al benessere di chi è già in questa condizione.

Bisogna forse investire maggiormente (istruzione, sanità e lavoro) proprio in quei paesi aiutandoli a crescere ed a camminare con le loro stesse gambe: la loro crescita darà frutti non solo a loro, ma anche e soprattutto a chi avrà avuto una visione dell’ economia mondiale fatta non soltanto sul puro profitto, ma sulla crescita generale con tensioni più controllabili.

Potrebbe sembrare un’ utopia, ma perchè non tentare visti i risultati sinora conseguiti con le vecchie regole? Almeno proviamoci.

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Firma della Costituzione della Repubblica Italiana avvenuta il 27/12/1947 da parte di:

ENRICO DE NICOLA      Capo provvisorio dello Stato

UMBERTO TERRACINI    Presidente dell’Assemblea Costituente

ALCIDE DE GASPERI      Presidente del Consiglio dei Ministri

GIUSEPPE GRASSI          Guardasigilli

Il 2008 appena finito ha segnato il 60° anniversario di due fatti molto importanti: il primo ci riguarda più da vicino ed è stata la promulgazione della  Carta Costituzionale  della Repubblica Italiana entrata in vigore in data 1/1/1948 ed il secondo l’approvazione della  Dichiarazione  Universale  dei Diritti dell’Uomo da parte della Assemblea delle Nazioni Unite in data 10/12/1948.

La catastrofe della seconda guerra mondiale impose una diversa considerazione dei cittadini, ponendoli al centro della società, anche  se di condizioni  individuali e culturali  differenti per razza,  sesso,  lingua, religione ed opinioni politiche: l’individuo centro motore insomma  degli stati che faticosamente si avviavano a nuove formazioni sociali.

La nostra Costituzione consta di:

- Principi fondamentali costituita da 12 articoli;

- Parte prima relativa ai diritti e doveri dei cittadini;

- Parte seconda riguarda l’ordinamento della nostra Repubblica;

- Disposizioni transitorie e finali.

Nel corso di questi anni molte  sono state le modifiche apportate  al testo  originale, l’ultima delle quali è relativa all’art. 27 concernente ora l’abolizione della pena di morte.

La  Dichiarazione Universale  si compone  di 30  articoli, ma non  è mai stata  ratificata dai singoli membri appartenenti alle Nazioni Unite, in quanto la stessa non è vincolante, anche se l’art. 30  cita:  “Nulla nella presente Dichiarazione può essere interpretato nel senso di implicare un diritto di un qualsiasi Stato, gruppo o persona di esercitare un’attività o di compiere un atto mirante alla distruzione di alcuni dei diritti e della libertà in essa enunciati”.

A questo punto vorrei richiamare le analogie che si possono riscontrare -almeno negli intenti enunciativi – tra i primi  12 articoli  della nostra  Costituzione  ed i 30  della  Dichiarazione.   I principi  fondanti  sono certamente la  dignità  umana  e  sociale,  i  diritti  inviolabili  dell’ uomo  e  le  libertà  individuali indipendentemente dalla razza, dal sesso, dalla religione, dalle condizioni sociali.

Ma è proprio così?

Le ultime Olimpiadi tenutesi a Pechino hanno rappresentato per il mondo politico, sociale e sportivo un forte richiamo sui problemi dei diritti  civili negati in Cina; la libertà religiosa è tuttora negata in Corea e la legge islamica  “Sharia”  in alcuni paesi vieta le conversioni  in altre religioni  (Arabia  Saudita e  Iran ad esempio) oltre a non ammettere la libera attività religiosa ed addirittura  tollerando talvolta gruppi estremisti che predicano la “Hijad” e cioè la guerra santa contro gli infedeli;  recentemente gravi episodi di intolleranza religiosa si sono verificati in India coinvolgendo non solo i luoghi di culto cristiani, ma addirittura anche talune scuole cattoliche; in taluni paesi  africani è  negato  anche il diritto all’istruzione dei bambini, in quanto spesso utilizzati per i lavori in agricoltura e per la pastorizia, se non addirittura reclutati in armi.

Per quanto concerne l’Italia, ritengo che almeno due articoli non abbiano trovato tuttora piena attuazione: il primo è costituito dal secondo comma dell’art. 3  “E’compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini,impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Il secondo punto è rappresentato dal primo comma dell’art. 4 “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”.

In merito a quest’ultimo punto, è opportuno ricordare la grande importanza che si è voluto dare al lavoro tanto che i padri fondatori della Carta hanno scritto al primo articolo – pimo comma – che  “L’ Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Quello che sconcerta è la quotidiana tragedia che si verifica nel mondo del lavoro, che   dall’inizio dell’anno in corso ad oggi ha già fatto registrare oltre 30 morti e pone l’Italia al poco invidiabile primo posto in Europa per questi eventi tanto negativi e che non hanno bisogno di ulteriore commento.

Per ritornare alla nostra Costituzione, i padri fondatori hanno voluto dare un significato veramente forte al diritto al lavoro-vera dignità per l’uomo-tanto da inserirlo all’art. 1, primo comma  “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”.

Sarebbe forse opportuno ricordare questi principi non soltanto in talune ricorrenze, ma farli nostri e forse sarebbe altrettanto utile farli diventare oggetto di studio fin dai primi anni dei percorsi scolastici, in modo da formare cittadini consapevoli dei propri diritti/doveri per realizzare una dignità umana, che oggi appare sempre più calpestata.

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Il Ministro senza portafoglio della Pubblica Amministrazione e l’Innovazione Renato Brunetta ha deciso di colpire i fannulloni presenti nelle amministrazioni dello Stato, tanto da pervenire anche al licenziamento nei casi più eclatanti.

Il provvedimento è stato condiviso in gran parte da noi cittadini abituati a convivere con i problemi quotidiani rapprentati dalla Pubblica Amministrazione ed anche dalla stragrande maggioranza di quelli che lavorano seriamente, talvolta anche in condizioni non proprio ottimali magari in strutture fatiscenti.

E’ doveroso riconoscere al ministro gli ottimi risultati sinora ottenuti, con una sensibile riduzione dell’assenteismo in tutti i ministeri.

Forse sarebbe ora opportuno e non più derogabile che i Presidenti di Camera e Senato si attivassero per combattere la vergognosa abitudine di tanti nostri rappresentanti assenteisti per vocazione, tanto da farsi in molti casi addirittura sostituire da loro colleghi definiti “pianisti”: che vergogna!

Questi ultimi, oltre a dare esempi poco edificanti, sono dei veri e propri truffatori dello Stato, al quale arrecano un danno economico percependo gettoni di presenza non dovuti, già titolari di entrate ragguardevoli e di notevoli benefits.

Come mai non si riesce ad eliminare tale sconcio: è così che si pretende di rappresentare noi elettori e poi fare tavole rotonde in cui discutere del perchè la gente si allontana sempre di più dalla politica? Cosa dire a proposito della frequente presenza invece dei parlamentari ai talk-shows?

E allora non ci resta che sperare che ci siano parlamentari seri ed onesti,che interpretino nel giusto modo  l’incarico che abbiamo loro delegato e che si possa pervenire al più presto ad una massiccia presenza nelle aule parlamentari – talvolta semideserte e non per puro ostruzionismo – e magari ad una minore apparizione negli studi televisivi.


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