Archivio per la Categoria “attualità”

In questi ultimi mesi siamo rimasti increduli nell’apprendere che, al largo delle coste somale, avve-nivano diversi fatti riconducibili alla pirateria sui mari ed il ricordo è andato a Sandokan, la tigre della Malesia (come è stato definito da Emilio Salgari, autore delle avventure di questo personaggio) ed ai suoi tigrotti di Mompracem.
La pirateria in realtà è vecchia almeno quanto l’uomo, da quando ha iniziato a percorrere le rotte marine ed è sempre stata portatrice di nefandezze non giustificabili: a noi non interessa farne la storia e neppu-re parlare delle altre piraterie quali musicale ed informatica, ma evidenziare soltanto la recrudescenza attuale del fenomeno, sottolineandone l ‘importanza che tali fatti criminosi arrecano. Ricordiamo soltanto che i così detti corsari talvolta servivano uno stato ed erano pertanto autorizzati a depredare le navi nemiche, ricavandone una parte del bottino e, in un caso veramente significativo per le imprese compiute, si arrivò addirittura a nominare “sir” Francis Drake da parte della regina Elisabetta I d’ Inghil-terra.
Nell’ultimo ventennio del secolo scorso registrammo un incremento delle azioni piratesche effettuate nei mari del sud-est asiatico, con assalti a barche da diporto ed a navi per il carico di merci; occorre comunque precisare subito che la pirateria è praticata in quasi tutti gli oceani, lambendo stati dell’ America del Sud, dell ‘Africa occidentale ed orientale, oltre alle coste filippine ed indonesiane.
Queste ultime da sempre hanno rotte densamente frequentate e proprio a fine secolo scorso iniziò l’escalation degli atti criminali, talvolta giustificati dal fondamentalismo islamico, ma in massima parte dalla miseria di quelle regioni, che sempre più rivolgono la loro attenzione alle navi da carico, che assicurano un valore di decine milioni di dollari- considerate le merci trasportate – oppure dei signifi-cativi riscatti, dato il valore della nave; talvolta in mancanza del pagamento del riscatto le navi sono state successivamente riciclate e forse sarebbe opportuno indagare maggiormente sugli scafi utilizzati per il trasporto dei migranti, dei rifugiati e/o dei clandestini come ormai previsto dal nostro ordina-mento giudiziario.
Sembra infatti che gli scafisti utilizzino anche navi e scafi “riciclati”: il risultato è una traversata che assi-cura milioni di guadagno, in particolare se – oltre a caricare migranti – si imbarcano anche ragazze da avviare alla prostituzione ed ancor maggiormente droga.
Tutto questo porta indubbiamente (oltre ai danni materiali evidenti e spesso purtroppo anche di vite umane) ad un aumento dei costi, visto che le assicurazioni sono costrette ad un notevole esborso per i danni subiti dagli armatori in caso di perdita della nave, oltre ovviamente al carico trasportato.
Diversa è la situazione, quando vengono sottratti dalla nave soltanto le merci: sembra infatti che talvolta gli armatori preferiscano non denunciare l’accaduto, poichè il danno derivante dal blocco della nave in porto per la sosta forzata - causa le indagini in corso - sono decisamente superiori al danno even-tualmente subito e riconosciuto.
La tecnica usata per l’abbordaggio delle navi in transito è ormai collaudata nel tempo. Le prue di due barchini leggeri e veloci vengono collegate tra loro da una cima tesa in acqua in modo da creare un corridoio attraverso il quale passerà l’imbarcazione da abbordare: infatti questa, passando in tale corsia già predisposta, tenderà la fune al punto da permettere alle lance dei pirati l’accostamento alle murate della nave. A tal punto i pirati, utilizzando gli antichi ma sempre utili grappini d’arrembaggio, riescono ad issarsi sulla coperta della nave e, approfittando della scarsa vigilanza e soprattutto del loro persuasivo armamento fatto in massima parte da mitra Kalashnicov, prendono possesso del cargo con tutto il loro carico umano e di merci.
Ormai resta difficile parlare ancora di bande di sbandati, ma siamo certamente in presenza di una vera e propria industria del crimine, operante nei mari e sulle rotte più a rischio, probabilmente anche con la connivenza di funzionari preposti nei porti a determinati controlli, che immancabilmente vengono disattesi.
Ritornando alla Somalia,si può dire che la scorreria sui mari era iniziata negli anni ’90, causa la guerra civile e con un notevole incremento dei fatti pirateschi a partire dal 2005, in maniera sempre più “pro-fessionale”.
L’ Italia non è rimasta immune dall’essere colpita da tale crimine, considerato il sequestro avvenuto l’ 11 aprile scorso del rimorchiatore “Buccaneer” nel golfo di Aden, compresi una quindicina di uomini di equipaggio. E’ notizia di questi giorni che la nave sia stata rilasciata, senza che sia stato pagato alcun riscatto, anche se fonti somale parlano di una cifra intorno al 4 milioni di $ USA e quasi giustificando il fatto, con il pretesto che la nave dovesse riversare in quel mare rifiuti tossici.
Come sarà necessario difendersi e proteggersi? Certamente utilizzando le tecnologie più avanzate, tipo il controllo satellitare, ma anche corpi speciali addestrati appositamente e soprattutto con forze navali internazionali a presidio delle zone più a rischio: il tutto ovviamente – dispiace dirlo – con ulteriori costi aggiuntivi, con la speranza però di debellare il fenomeno o quantomeno di ridurne gli effetti più deleteri.
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Un recente rapporto di Amnesty International ci informa sui dati delle esecuzioni capitali avvenute nel mondo nei paesi che tuttora applicano tale condanna, relativamente all’anno 2008 ed al primo trimestre del corrente anno.
Nel 2008 le esecuzioni sono state 2390, di cui almeno il 70% in Cina, che così mantiene ancora il triste primato della maglia nera tra i 91 paesi che tuttora prevedono la pena capitale, seguita da Iran, Arabia Saudita, USA e Pakistan.
Il dato relativo invece al primo trimestre 2009 registra almeno un centinaio di condanne a morte, considerando però tale dato purtroppo per difetto, tenuto conto della scarsa o addirittura nulla la trasparenza in materia di alcuni paesi.
Le esecuzioni avvengono tramite decapitazione, lapidazione, impiccagione, iniezione letale, fucilazione, sedia elettrica e camera a gas.
La pena di morte è prevista anche per i minorenni – tali alla data del loro crimine – e questo nonostante i divieti previsti da numerosi trattati e soprattutto anche dalla Convenzione Americana sui diritti umani e dalla Convenzione di Ginevra del 1949.
Molti sostengono che la pena capitale possa essere un giusto deterrente per non commettere delitti aberranti, ma la realtà è diversa: infatti, proprio nei paesi in cui ancora vige, i reati previsti non diminuiscono. E non è neppure da sottacere che talvolta si è proceduto con la condanna a morte mediante confessioni estorte e torture, false testimonianze nei processi e si è pervenuti ad “uccidere” persone risultate poi innocenti, magari a seguito di esami del DNA.
A questo punto bisogna però riconoscere che in 63 paesi la pena di morte è stata abolita per tutti i crimini, che in 16 paesi è stata abolita soltanto per i crimini ordinari e che in 25 paesi la pena è stata abolita di fatto.
In Europa è ancora vigente in Russia e Bielorussia, mentre in Italia è stata abolita con la Costituzione della Repubblica Italiana – con decorrenza 1/1/1948 - ad eccezione dei reati previsti dal Codice Penale Militare di Guerra sino al 13/10/1994, data che abrogò definitivamente tale pena, sostituita con il carcere a vita. Ricordiamo che la pena capitale venne introdotta nel 1926 solo per i reati contro i reali ed il Capo dello Stato e venne estesa anche ai gravi reati comuni nel 1931 con il Codice Rocco.
L’ Italia comunque ha certamente avuto – in questi ultimi decenni – un ruolo importante per la campagna di moratoria universale della pena di morte, iniziata già nel 1993 e conclusa il 18/12/2007 con la ratifica delle Nazioni Unite, che ha registrato 104 voti a favore, 54 contrari e 29 astenuti.
Il cammino si presenta ancora lungo e difficile, ma non dobbiamo arrenderci e soprattutto assecondare tutti i tentativi che vengono proposti a tal fine, come quelli recenti della Comunità di San Egidio e le altre iniziative intraprese da “Nessuno tocchi Caino”.
Auspichiamo quindi che a breve i paesi, che sono tuttora non favorevoli o ancora indecisi,capiscano finalmente l’inutilità di una pena tanto estrema e soprattutto anche economicamente non utile, considerato che i costi per la messa in opera delle procedure relative all’attuazione della condanna sono certamente superiori al mantenimento in struttura carceraria del condannato anche se per tutta la vita.
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Alle ore 3 e 32 della notte tra il 5 ed il 6 aprile 2009 in Abruzzo (in particolare L’ Aquila e sua provincia) una scossa di terremoto del 5,8 grado della scala Richter ha devastato quella zona, provocando 298 morti, oltre 1000 feriti ed oltre 60.000 sfollati, facendo registrare anche la totale scomparsa del paese Onna, che ha avuto 40 morti su un totale di 300 abitanti.
L’Italia – è noto – è un paese a grave rischio sismico per oltre 1/3 del suo territorio e soltanto dal XX secolo ad oggi dobbiamo registrare almeno una cinquantina di terremoti con oltre 170.000 morti e danni materiali incalcolabili.
Tra quelli più devastanti ricordiamo:
- 28 dicembre 1908 grado 7,1 scala Richter, distrusse Reggio Calabria e Messina con oltre 130.000 morti
- 13 gennaio 1915 grado 7, in Abruzzo con circa 30.000 morti;
- 23 luglio 1930 grado 6,6, nella zona del Monte Vulture in Basilicata con oltre 1.400 morti;
- 15 giugno 1968 grado 6,4, il Belice in Sicilia, con 370 morti;
- 6 maggio 1976 grado 6,4, in Friuli con circa 1.000 morti;
- 23 novembre 1980 grado 6,9 della scala Richter, in Irpinia con oltre 2.900 vittime.
Nel XXI secolo si sono registrati già una quindicina di terremoti, fortunatamente con poche vittime, anche se grande è stato il dolore provato quel 31 ottobre 2002 quando si verificò a San Giuliano di Puglia il crollo della scuola elementare, che registrò la morte di 27 bambini con la loro maestra.
La terra che trema, le urla di terrore, i corpi straziati sotto le macerie lasciano esterrefatti ed increduli, in particolare quando le scosse si ripetono e lo scisma sismico sembra non aver fine e le speranze di trovare ancora qualche sopravvissuto vengono meno con il passare dei giorni. La vita però continua e, pur affron- tandone tutte le difficoltà – non ultime le difese dagli elementi della natura – forte è il desiderio di continuare a rendere più lunga possibile la propria esistenza.
Nei momenti di gravi difficoltà (basti pensare all’ultimo dopo guerra) ed in tutte le situazioni di crisi (come ad esempio i grandi guasti idrogeologici), gli italiani hanno sempre dato il meglio per solidarietà personale, basti pensare alle innumerevoli iniziative promosse per i terremotati dell’ Abruzzo. E’ compito poi delle Isti- tuzioni nazionali intervenire per la tutela dei bisogni dei cittadini, come del resto previsto dall’ art. 38 della nostra Costituzione.
Questo ci porta però a riflettere sul nostro dovere civico, che deve ricercare ad ogni costo le responsabilità- se ve ne fossero – e quindi procedere con giustizia nei confronti di chi ha perso tanto per causa del terre- moto e forse per l’incuria/disonestà di qualcuno. Forse è opportuno ricordare che il Giappone convive con il problema quotidiano dei sismi, ma le loro normative sono certamente rispettate e fortunatamente non si registrano eventi di una tanto negativa portata per i danni provocati.
Certo in molti casi non sono stati effettuati i dovuti controlli, nonostante le ripetute segnalazioni degli abitanti di quelle zone e del resto non è neppure concepibile in un Paese civile che, a distanza di tanti anni dall’evento, non siano ancora chiusi i processi dell’ Irpinia: forse si attendono eventuali prescrizioni oppure altri indulti e ciò a tutto beneficio del dilagare dell’irresponsabilità e dell’impunità.
A proposito di responsabilità, cosa dire degli edifici pubblici devastati, ad esempio l’Ospedale Civile, causa la non ottemperanza e forse in dispregio a quanto ottemperato dalla vigente legislazione in materia di terremoti? E cosa dire del crollo della Casa dello Studente, nonostante le ripetute segnalazioni e verifiche di crepe nei muri? Cosa dire alle famiglie dei quattro studenti morti, che hanno fatto grossi sacrifici per mandarli all’Università e che ora non possono fare altro che piangerli?
Gli apparati statali e sociali sono certamente dispendiosi ma, se funzionassero sempre per il bene comune, saremmo tutti disposti anche a maggiori sacrifici, pur di eliminare il più possibile la feccia umana che solo per il proprio tornaconto mette a repentaglio la vita di tanti connazionali, con tutti i costi poi inerenti alla ricostruzione.
Da recenti studi effettuati su zone a rischio sismico, è emerso che la maggiore concentrazione di Radon nel sottosuolo è causata da tensioni nella crosta terrestre. Al riguardo – anche se non vi è certezza assoluta che tale fenomeno possa essere causa di terremoti – non era forse il caso di approfondire quanto affermato dal tecnico vulcanologo Giampaolo Giuliani in merito al notevole aumento di concentrazione di Radon nella zona di Sulmona? Si è addirittura pervenuti ad una denuncia per procurato allarme – ovviamente minimizzando il fenomeno, con la certezza di ritenere impossibile cha un terremoto possa essere prevenuto – proprio da parte del responsabile della Protezione Civile Guido Bertolaso.
Al momento, la Procura della Repubblica dell’ Aquila ha aperto un fascicolo contro ignoti per almeno due ipotesi di reato: disastro colposo ed omicidio plurimo colposo. Attendiamo con fiducia gli sviluppi, non per spirito di vendetta ma per dare giustizia a tanti nostri connazionali, colpiti nelle cose materiali e soprattutto negli affetti personali.
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Il 21 gennaio 2009 Papa Benedetto XVI ha revocato la scomunica dei Vescovi lefebvriani: la notizia è stata diffusa dalla stampa il 12 marzo successivo con il testo integrale della lettera del Papa datata 10 marzo, nella quale vengono spiegate le motivazioni che hanno in un certo senso sollecitata tale revoca.
A questo punto è bene ricordare l’antefatto. I quattro Vescovi in questione furono consacrati il 30 giugno 1988 dall’ Arcivescovo Marcel Lefebvre, che contestava taluni principi dottrinali propri del Concilio Vaticano II, quali ad esempio la soppressione della messa in latino sostituita da quella in volgare ed il pericolo di uno spinto ecumenismo, che avrebbe portato la Chiesa alla rovina.
In opposizione a quanto espresso dal Concilio, in particolare anche per la nuova riforma liturgica, venne fondata la “Fraternità sacerdotale San Pio X”, con un proprio seminario per la formazione di nuovi sacerdoti evangelizzatori e pronti a realizzare le loro funzioni nello spirito eterno della Chiesa tramite il santo ufficio della messa.
Il Papa del tempo Paolo VI chiese che fosse chiuso il seminario e che non si procedesse oltre alla ordinazione di nuovi sacerdoti ma,difronte ad un nuovo rifiuto, il Pontefice sospese “a divinis” l’Arcivescovo e decretò anche il divieto di celebrare sacramenti.
In seguito diversi furono i tentativi fatti dal successivo Papa Giovanni Paolo II, unitamente al Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede il Cardinale Joseph Ratzinger divenuto poi Papa Benedetto XVI, per riportare all’ ovile l’ Arcivescovo dissidente, ma senza successo: anzi si pervenne addirittura alla consacrazione dei 4 nuovi vescovi, cosa che indusse il Pontefice alla loro scomunica.
Ritornando alla lettera di Benedetto XVI, il motivo principale è da ricercarsi in particolare proprio nella volontà del Papa di “avere sempre a cuore l’unità dei credenti. La loro discordia, infatti, la loro contrapposizione interna mette in dubbio la credibilità del loro parlare di Dio. Per questo lo sforzo per la comune testimonianza di fede dei cristiani – per l’ecumenismo – è incluso nella priorità suprema”.
La citata lettera continua poi elencando le cifre di quella comunità scomunicata e cioè: “491 sacerdoti, 215 seminaristi, 6 seminari, 88 scuole, 2 istituti universitari, 117 frati, 164 suore e migliaia di fedeli”, che non può essere lasciata sola ed indifferente per amore di Cristo.
La lettera conferma quindi la volontà del Papa alla riconciliazione, anche se taluni cattolici lo hanno accusato di rifarsi ai tempi prima del Concilio Vaticano II. E, come se non bastasse, un Vescovo lefebvriano, l’inglese Richard Williamson si manifesta in una intervista con le sue dichiarazioni “le camere a gas non sono mai esistite” un revisionistae negazionista dell’ Olocausto ebraico, tanto da rendere ancora più difficile il dialogo tra le due religioni: a breve è prevista una visita del Pontefice in Israele, che dovrebbe tentare di riannodare ulteriormente i loro rapporti.
Al momento i lefebvriani ritengono che siano stati fatti due passi importanti: il ritiro della scomunica ed il ritorno – almeno in talune celebrazioni -della messa in latino per tutti i preti del mondo.
L’intenzione del Papa del resto era un invito alla riconciliazione ed al riconoscimento dell’autorità dottrinale espressa dal Concilio, una distinzione insomma tra il livello della dottrina e quello della disciplina: infatti il Pontefice non ha riconosciuto la Fraternità sacerdotale dei dissidenti.
Ci auguriamo che il vescovo Williamson riveda seriamente il suo pensiero sull’ Olocausto e non si limiti a battute di pessimo gusto (il gas serviva per la disinfestazione), ancor più quando provengono da un ministro della Chiesa.
Il Concilio sappiamo che è stato contestato da alcuni gruppi di cattolici ed addirittua dall’ interno stesso della Chiesa da vescovi e sacerdoti, che addirittura hanno negato la validità dell’elezione dei Papi a partire da Giovanni XXIII in poi.
Nei secoli molti sono stati gli antipapa, tra di essi – per restare ai nostri giorni – il più noto è Pio XIII al secolo Lucian Pulvemacher, che addirittura considerava Giovanni XXIII un massone e Giovanni Paolo II un eresiarca.
Credo che ciò non meriti commenti, mentre auspichiamo vivamente che si possa riprendere il dialogo tra le diverse religioni, in occasione del prossimo viaggio del Pontefice in medio-oriente.
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