

Il 18 gennaio 1992, al rientro da una festa, una giovane di Lecco Eluana Englaro si schiantò con la sua auto contro un muro nei pressi della sua città Lecco ed entrò in uno stato vegetativo continuato per 17 anni sino alla sua morte avvenuta il 9 febbraio 2009.
In tutti questi anni il padre ha percorso ogni via possibile pervenendo al riconoscimento – da parte della Cassazione, con sentenza del 13 novembre 2008 - della sospensione della alimentazione artificiale mediante sondino naso- gastrico, che teneva in vita la ragazza, accogliendo quindi le motivazioni del genitore basate sulla possibilità di rifiutare le cure configurandole quale accanimento terapeutico e non un caso di eutanasia.
Tale drammatico evento rappresenta certamente una vicenda molto triste, ancor più se si pensa al genitore definito addirittura “assassino” da alcuni ambienti politici e religiosi, tanto da essere stato iscritto dalla Procura di Udine nel registro degli indagati per omicidio unitamente al personale dello staff medico e questo perchè si è arrivati a denunciare il Sig.Englaro per la sua caparbietà a portare avanti un diritto riconosciutogli dalla magistratura, in mancanza peraltro di una legislazione appropriata, senza tenere in buon conto lo straziante dolore di un padre, ma contrapponendo due ideologie basate sulla cultura della vita e su quella della morte. Ad oggi esiste querela da parte del sig. Englaro contro taluni dei suoi accusatori.
Questi tragici fatti, che hanno scosso le coscienze degli italiani, serviranno se non altro a stimolare la politica sollecitandola a porre finalmente mano ad una legge tanto attesa sul “testamento biologico”, che possa essere varata nel comune interesse dei cittadini, superando le ormai tristemente note contrapposizioni ideologiche, talvolta dettate solo da superficialità accompagnata spesso da volgarità, pur di apparire magari in qualche talk-show televisivo alla moda.
In realtà è tornato alla ribalta lo spinoso problema dei rapporti tra Stato e Chiesa che, per noi Italiani, è ancor più sentito proprio per gli stretti rapporti che la Città del Vaticano – quale enclave sul nostro territorio – mantiente con la nostra Nazione.
A questo punto sarà bene andare a ripercorrere quelli che sono stati i rapporti sanciti dalle leggi e dai trattati, a partire già dall’Unità d’Italia, proprio per definire e delineare meglio le rispettive prerogative dei due Stati, garantendo la sovranità spirituale del Papa, ma non il suo potere temporale.
Il trasferimento della capitale a Roma aveva reso ancor più necessaria una legislazione, che limitasse e nel contempo salvaguardasse i rapporti tra lo Stato e la Chiesa.
L’idea però di una sovranità papale senza sudditi e senza territorio non era nuova: una corrente di “separatisti” affermava una libertà per la Chiesa analogamente a quella dello Stato ed a quelle delle altre comunioni dissidenti o incredule. Il più grande comunque dei separatisti fu Camillo Benso conte di Cavour, che sintetizzò – sfruttando una formula che era già stata enunciata dal cattolico liberale francese Montalembert ”Libera chiesa in libero Stato” – quella che per lui poteva essere la soluzione della così detta “questione romana”.
L’idea cavouriana era che lo Stato dovesse rinunciare ad ogni forma di controllo della Chiesa, ma che questa dovesse vivere secondo il diritto comune e quindi laicizzazione dello Stato e libertà della Chiesa per gli aspetti spirituali della sua missione: a tale soluzione si poteva pervenire con l’aiuto dell’opinione pubblica e con la rinuncia del Pontefice al potere temporale, avendo in cambio delle garanzie da parte del governo italiano.
Il punto culminante della politica di Cavour è rappresentato dai discorsi tenuti alla Camera nel marzo 1861 e nell’aprile successivo al Senato, in cui ribadiva la necessità per il Papa di abbandonare il potere temporale dedicandosi alla vera sua missione, quella spirituale, che avrebbe accresciuto anche il suo prestigio e la sua autorità, dedicandosi soltanto alla cura delle anime.
Il 6 giugno 1861 però Cavour si spense e gli succedette il barone Bettino Ricasoli, il quale auspicava una politica ecclesiastica, che affrancasse lo Stato dalle indebite ingerenze della Chiesa, ma che nello stesso tempo rendesse attuabile una riforma interna della Chiesa stessa, che consentisse di superare l’irrigidimento papale sulla questione che fece naufragare ( in un clima peraltro di grossa diffidenza tanto da parte della Chiesa quanto da parte dello Stato italiano) tutti i frequenti tentativi di negoziati.
Nel dicembre 1870 il governo italiano presentò un progetto di legge che determinasse il modo con il quale si potesse garantire alla Santa Sede la libertà di svolgere le sue vere funzioni, riservando al Pontefice una posizione di privilegio e gli onori sovrani: era insomma una impostazione cavouriana, che mirava quindi a realizzare la piena libertà del Pontificato in merito all’ ordine religioso, anche per quanto concerneva l’immunità dei palazzi e dei beni immobili, estendendo tale prerogativa ai rappresentanti del Pontefice, che avrebbero goduto dell’immunità riservata ai diplomatici di uno stato estero anche se considerati cittadini dello Stato italiano.
Il dibattito parlamentare iniziò alla Camera il 23 gennaio 1871 e prevedeva di legiferare su due titoli: il primo riguardava la Santa Sede e, pur riconoscendo al Papa gli onori sovrani e l ‘esenzione dalla giurisdizione statale, non gli riconosceva la sovranità ma concedeva una somma annua di 3.225.000 Lire; il secondo titolo riguardava più strettamente i rapporti tra lo Stato italiano e la Chiesa. Subito si delinearono due schieramenti estremi, che presero il sopravvento, i “clericali” e i “radicali”. I clericali giudicavano il progetto inadeguato, mentre i radicali lo combattevano non ritenendo, a loro giudizio, giustificato alcun privilegio per la religione cattolica e per i suoi ministri.
Il 23 gennaio 1871 la Camera – dopo una discussione molto travagliata dei singoli articoli della legge – approvò con 185 voti favorevoli e 106 contrari su 291 votanti, con larga maggioranza specie dei partiti del centro.
Il 20 aprile 1871 il Senato approvò nel suo complesso con 105 voti favorevoli e 20 contrari salvo che per un paio di emendamenti, che riguardavano essenzialmente la libertà per la Chiesa di insegnamento e quella di possesso e di amministrazione dei propri beni immobiliari. La legge ritornò alla Camera, che approvò definitivamente i 19 articoli il 9 maggio 1871, quasi senza discussione, ottenendo 151 voti favorevoli e 70 contrari.
La legge fu però respinta decisamente dalla Santa Sede con l’Enciclica “Ubi nos” del 15 maggio 1871, come pure l’annua dotazione di 3.225.000 Lire ma, non prevedendo un accordo con la Santa Sede, ebbe completa attuazione, consentendo al Papa di svolgere la sua attività con la massima indipendenza e consentì l’opera di progressiva pacificazione tra Chiesa e Stato, di cui già si sarebbero potuti vedere i frutti, positivi e negativi, nell’età giolittiana. La legge fece sì che in Italia le forze liberali e quelle cattoliche attenuassero a poco a poco le reciproche diffidenze e le antiche asprezze polemiche.
Il timore poi del socialismo, comune al liberalismo ed al cattolicesimo ufficiale, avvicinò ulteriormente le due correnti politiche e di opinione, che ormai – in epoca giolittiana – consideravano largamente superata la stessa ragion d’essere della “questione romana”, sorta nel 1870 con l’annessione di Roma al Regno d’Italia.
Successivamente, il 11 febbraio 1929 furono firmati (Benito Mussolini e Cardinale Pietro Gasparri) i “Patti Lateranensi”, che prevedono un Trattato ed un Concordato tra la Santa Sede e l’ Italia per il reciproco riconoscimento compreso quello di considerare la religione cattolica/apostolica/romana la sola religione dello Stato, nonchè di riconoscere la proprietà ed esclusiva potestà e giurisdizione sovrana della Città del Vaticano.
La Costituzione Italiana della neonata Repubblica riconosce la validità dei ”Patti” e pertanto qualsiasi modifica deve essere successiva al variato disposto della Costituzione in mancanza di accordo tra lo Stato italiano e la Santa Sede: diversamente si può procedere autonomamente.
Il 18 febbraio 1984 (governo Bettino Craxi e Cardinale Agostino Casaroli) fu rivisto soltanto il Concordato, in particolare per eliminare la clausola della “religione di Stato” e fu concessa invece la possibilità per i cittadini di destinare l’otto per mille su quanto pagato al fisco nella denuncia annuale, nonchè di riconoscere gli effetti civili del matrimonio religioso.
Ho voluto fare un breve excursus storico/legislativo concernente i passi che hanno segnato i rapporti tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica a partire dall’Unità d’Italia, per cogliere appieno quali possono essere ancora oggi le divergenze di opinione tra i cittadini italiani difronte ad un tema tanto sensibile quale la fine di una vita.
E come non ricordare le battaglie per il referendum abrogativo della legge sul divorzio del 1970, passato il 12 maggio 1974 con circa il 60% dei no? Ed ancora le accese discussioni sulla legge 194 approvata il 22 maggio 1978 circa l’aborto volontario entro i primi novanata giorni dal concepimento? La legge istitutiva fu anch’essa oggetto di referendum abrogativo, che però fu respinto con il 68% dei votanti.
Questi fatti dovrebbero farci riflettere sull’importanza di non dare per scontato certi auspicati risultati voluti da taluni paladini della cristianità, i quali a loro volta magari hanno avuto interesse ad usufruire proprio di quelle leggi per la loro vita coniugale, in particolare per il divorzio.
Tali temi dovrebbero farci riflettere sull’importanza di pervenire ad una condivisione la più larga possibile di tutte le forze in campo, ivi comprese quelle della scienza, a totale beneficio della stragrande maggioranza dei cittadini, che sempre più manifestano esigenze diverse anche in relazione al loro status, vista la importanza che sempre più riveste la molteplicità di etnie in presenza di una società sempre più multirazziale.
Forse finalmente si potrà costruire un sereno dialogo tra la Chiesa ed il mondo dei laici, tra i quali non pochi sono i cattolici: è necessario abbandonare ogni criterio di laicismo e di integralismo per portare i cittadini a vivere in una società – ce lo auguriamo – anche più giusta. E’ il caso di ricordare ancora quanto ebbe a dire il Papa Giovanni XXIII in occasione del Concilio Vaticano II e cioè che bisogna sempre ricercare il dialogo a partire dalle questioni che accomunano, per poi passare a quelle che dividono.
Quest’anno va ricordato, per inciso, che ricorrono due importanti anniversari: l’ottantesimo anno dei “Patti Lateranensi” ed il venticinquesimo anno della revisione del “Concordato”, nonchè la decisione della Santa Sede di aggiornare - a partire da quest’anno – la propria legislazione con quella italiana. Verrebbe da commentare che ”ne è passata di acqua sotto i ponti del Tevere”!