Un recente rapporto di  Amnesty International ci informa sui dati delle esecuzioni capitali avvenute nel mondo nei paesi  che tuttora  applicano tale condanna,  relativamente  all’anno  2008  ed al  primo trimestre del corrente anno.

Nel 2008 le esecuzioni sono state 2390, di cui almeno il 70% in Cina, che così mantiene ancora il triste primato della maglia nera tra i 91 paesi che tuttora prevedono la pena capitale, seguita da Iran, Arabia Saudita, USA e Pakistan.

Il dato relativo invece al primo trimestre 2009 registra almeno un centinaio di condanne a morte, considerando però tale dato purtroppo per difetto, tenuto conto della scarsa o addirittura nulla la trasparenza in materia di alcuni paesi.

Le esecuzioni avvengono tramite decapitazione, lapidazione, impiccagione, iniezione letale, fucilazione, sedia elettrica e camera a gas.

La pena di morte è prevista anche per i minorenni – tali alla data del loro crimine – e questo nonostante i divieti previsti da numerosi trattati e soprattutto anche dalla Convenzione Americana sui diritti umani e dalla Convenzione di Ginevra del 1949.

Molti sostengono che la pena capitale possa essere un giusto deterrente per non commettere delitti aberranti, ma la realtà è diversa: infatti,  proprio nei paesi in cui ancora vige,  i  reati previsti  non diminuiscono. E non è neppure da sottacere che talvolta si è proceduto con la condanna a morte mediante confessioni estorte e torture, false  testimonianze nei processi e si è pervenuti ad “uccidere” persone risultate poi innocenti, magari a seguito di esami del DNA.

A questo punto bisogna però riconoscere che in 63 paesi la pena di morte è stata abolita per tutti i crimini, che in 16 paesi è stata abolita soltanto per i crimini ordinari e che in 25 paesi la pena è stata abolita di fatto.

In Europa è ancora vigente in Russia e Bielorussia, mentre in Italia è stata abolita con la Costituzione della Repubblica Italiana – con decorrenza  1/1/1948  - ad eccezione dei reati previsti dal Codice Penale Militare di Guerra sino al  13/10/1994,   data che abrogò definitivamente tale pena,  sostituita  con il carcere a vita. Ricordiamo che la pena capitale venne introdotta nel 1926 solo per i reati contro i reali ed il Capo dello Stato e venne estesa anche ai gravi reati comuni nel 1931 con il  Codice Rocco.

L’  Italia  comunque ha certamente avuto – in questi ultimi decenni –  un ruolo  importante  per  la campagna di moratoria universale della pena di morte, iniziata già nel 1993 e conclusa il 18/12/2007 con la ratifica delle Nazioni Unite,  che ha registrato 104 voti a favore,  54 contrari e  29 astenuti.

Il cammino si presenta ancora lungo e difficile, ma non dobbiamo arrenderci e soprattutto assecondare tutti i tentativi che vengono proposti a tal fine, come quelli recenti della Comunità di San Egidio e le altre iniziative intraprese da “Nessuno tocchi Caino”.

Auspichiamo  quindi che a  breve i paesi, che sono  tuttora  non  favorevoli o ancora  indecisi,capiscano finalmente  l’inutilità  di una  pena  tanto estrema e  soprattutto  anche  economicamente  non utile, considerato che i costi per la messa in opera delle procedure relative all’attuazione della condanna sono certamente superiori al mantenimento  in struttura  carceraria  del  condannato  anche se per tutta la vita.

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Alle ore 3 e 32 della notte tra il 5 ed il 6 aprile 2009 in Abruzzo (in particolare L’ Aquila e sua provincia) una scossa di terremoto del 5,8 grado della scala Richter ha devastato quella zona, provocando 298 morti, oltre 1000 feriti ed oltre  60.000 sfollati, facendo registrare anche la totale scomparsa del paese Onna, che ha avuto 40 morti su un totale di 300 abitanti.

L’Italia – è noto – è un paese a grave rischio sismico per oltre 1/3 del suo territorio  e soltanto dal XX secolo ad oggi dobbiamo registrare almeno una cinquantina di terremoti con oltre 170.000 morti e danni materiali incalcolabili.

Tra quelli più devastanti ricordiamo:

- 28 dicembre 1908 grado 7,1 scala Richter, distrusse Reggio Calabria e Messina con oltre 130.000 morti         

- 13 gennaio 1915 grado 7, in Abruzzo con  circa 30.000 morti;

- 23 luglio 1930 grado 6,6, nella zona del Monte Vulture in Basilicata con oltre 1.400 morti;

- 15 giugno 1968 grado 6,4, il Belice in Sicilia, con 370 morti;

-   6 maggio 1976 grado 6,4, in Friuli con circa 1.000 morti;      

- 23 novembre 1980 grado 6,9 della scala Richter, in Irpinia con oltre 2.900 vittime.                                                                                                  

Nel XXI secolo si sono registrati già una quindicina di terremoti, fortunatamente con poche vittime, anche se grande è stato il  dolore provato quel 31  ottobre 2002 quando si verificò a  San  Giuliano  di  Puglia il  crollo della scuola elementare, che registrò la morte di 27 bambini con la loro maestra.

La terra che trema, le urla di terrore, i corpi straziati sotto le macerie lasciano esterrefatti ed increduli,  in particolare quando le scosse si ripetono e lo scisma sismico sembra non aver fine e le speranze di trovare ancora qualche sopravvissuto vengono meno con il passare dei giorni.   La vita però continua e, pur affron-  tandone tutte le difficoltà – non ultime le difese dagli elementi della natura – forte è il desiderio di continuare a rendere più lunga possibile la propria esistenza.

Nei momenti di gravi difficoltà  (basti pensare all’ultimo dopo guerra) ed in tutte le situazioni di crisi  (come ad esempio i grandi guasti idrogeologici),  gli italiani hanno sempre dato il meglio per solidarietà personale, basti pensare alle innumerevoli iniziative promosse per i terremotati dell’ Abruzzo.  E’ compito poi delle Isti- tuzioni nazionali intervenire per la tutela dei bisogni dei cittadini, come del resto previsto dall’ art. 38 della nostra Costituzione.

Questo ci porta però a riflettere sul nostro dovere civico, che deve ricercare ad ogni costo le responsabilità- se ve ne fossero – e quindi procedere con giustizia nei confronti di chi ha perso tanto per causa del terre-     moto e forse per l’incuria/disonestà di qualcuno.  Forse è opportuno ricordare che il Giappone convive con il problema quotidiano dei sismi, ma le loro normative sono certamente rispettate e fortunatamente non si registrano eventi di una tanto negativa portata per i danni provocati.

Certo in molti casi non sono stati effettuati i dovuti controlli, nonostante le ripetute segnalazioni degli abitanti di quelle zone e del resto non è neppure concepibile in un Paese civile che, a distanza di tanti anni dall’evento, non siano ancora chiusi i processi dell’ Irpinia: forse si attendono eventuali prescrizioni oppure altri indulti e ciò a tutto beneficio del dilagare dell’irresponsabilità e dell’impunità.

A proposito di responsabilità, cosa dire degli edifici pubblici devastati, ad esempio l’Ospedale Civile,  causa la non ottemperanza e forse in dispregio a quanto ottemperato dalla vigente legislazione in materia di terremoti?  E cosa dire del crollo della Casa dello Studente, nonostante le ripetute segnalazioni e verifiche di crepe nei muri?  Cosa dire alle famiglie dei quattro studenti morti, che hanno fatto grossi sacrifici per mandarli all’Università e che ora non possono fare altro che piangerli?

Gli apparati statali e sociali sono certamente dispendiosi ma, se funzionassero sempre per il bene comune, saremmo tutti disposti anche a maggiori sacrifici, pur di eliminare il più possibile la feccia umana che solo per il proprio tornaconto mette a repentaglio la vita di tanti connazionali, con tutti i costi poi inerenti alla ricostruzione.

Da recenti studi effettuati su zone a rischio sismico, è emerso che la maggiore concentrazione di Radon nel sottosuolo è causata da tensioni nella crosta terrestre. Al riguardo – anche se non vi è certezza assoluta che tale fenomeno possa essere causa di terremoti – non era forse il caso di approfondire quanto affermato dal tecnico vulcanologo Giampaolo Giuliani in merito al notevole aumento di concentrazione di Radon nella zona di Sulmona?  Si è addirittura pervenuti ad una denuncia per procurato allarme –  ovviamente minimizzando il fenomeno,  con la certezza  di  ritenere impossibile cha un terremoto possa essere prevenuto – proprio  da  parte del responsabile della Protezione Civile Guido Bertolaso.

Al momento, la  Procura  della  Repubblica dell’ Aquila ha aperto un fascicolo contro ignoti per almeno due ipotesi di reato: disastro colposo ed omicidio plurimo colposo. Attendiamo con fiducia gli sviluppi, non per spirito di vendetta ma per dare  giustizia a tanti nostri connazionali, colpiti nelle cose materiali e soprattutto negli affetti personali.

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Il 21 gennaio 2009 Papa Benedetto XVI ha revocato la scomunica dei Vescovi lefebvriani: la notizia è stata diffusa dalla stampa il 12 marzo successivo con il testo integrale della lettera del Papa datata 10 marzo, nella quale vengono spiegate le motivazioni che hanno in un certo senso sollecitata tale revoca.

A questo punto è bene ricordare l’antefatto. I quattro  Vescovi  in questione furono consacrati il 30 giugno 1988  dall’  Arcivescovo  Marcel Lefebvre,  che contestava  taluni principi  dottrinali propri  del  Concilio Vaticano II,  quali ad esempio la soppressione della messa in latino sostituita da quella in volgare ed il pericolo di uno spinto ecumenismo, che avrebbe portato la Chiesa alla rovina.

In opposizione a quanto espresso dal Concilio, in particolare anche per la nuova riforma liturgica, venne fondata la “Fraternità sacerdotale San Pio X”, con un proprio seminario per la formazione di nuovi sacerdoti evangelizzatori e pronti a realizzare le loro funzioni nello spirito eterno della Chiesa tramite il santo ufficio della messa.

Il  Papa  del tempo  Paolo  VI  chiese che  fosse  chiuso il seminario  e  che  non si procedesse  oltre  alla ordinazione di nuovi sacerdoti ma,difronte ad un nuovo rifiuto, il Pontefice sospese “a divinis” l’Arcivescovo e decretò anche il divieto di celebrare sacramenti.

In seguito diversi furono i tentativi fatti dal successivo Papa Giovanni Paolo II, unitamente al Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede il Cardinale Joseph Ratzinger divenuto poi Papa Benedetto XVI, per riportare all’ ovile  l’ Arcivescovo  dissidente, ma senza successo:  anzi si pervenne addirittura alla consacrazione dei 4 nuovi vescovi, cosa che indusse il Pontefice alla loro scomunica.

Ritornando alla lettera di Benedetto XVI, il motivo principale è da ricercarsi in particolare proprio nella volontà  del  Papa di   “avere sempre a cuore l’unità dei credenti.  La loro discordia, infatti,  la  loro contrapposizione interna mette in dubbio la credibilità del loro parlare di Dio. Per questo lo sforzo per la comune testimonianza di fede dei cristiani – per l’ecumenismo – è incluso nella priorità suprema”.

La citata lettera continua poi elencando le cifre di quella comunità scomunicata e cioè: “491 sacerdoti, 215 seminaristi, 6 seminari, 88 scuole, 2 istituti universitari, 117 frati, 164 suore e migliaia di fedeli”, che non può essere lasciata sola ed indifferente per amore di Cristo.

La  lettera  conferma   quindi la volontà del Papa alla riconciliazione, anche  se  taluni  cattolici lo hanno accusato di rifarsi ai tempi prima del Concilio Vaticano II.  E, come se non bastasse, un Vescovo lefebvriano, l’inglese Richard Williamson si manifesta in una intervista con le sue dichiarazioni “le camere a gas non sono mai esistite” un revisionistae negazionista dell’ Olocausto ebraico, tanto da rendere ancora più difficile il dialogo tra le due religioni: a breve è prevista una visita del Pontefice in Israele, che dovrebbe tentare di riannodare ulteriormente i loro rapporti.

Al momento i lefebvriani ritengono che siano stati fatti due passi importanti: il ritiro della scomunica ed il ritorno – almeno in talune celebrazioni -della messa in latino per tutti i preti del mondo.

L’intenzione del Papa del resto era un invito alla riconciliazione ed al riconoscimento dell’autorità dottrinale espressa dal Concilio, una distinzione insomma tra il livello della dottrina e quello della disciplina: infatti il Pontefice non ha riconosciuto la Fraternità sacerdotale dei dissidenti.

Ci auguriamo che il vescovo Williamson  riveda seriamente il suo pensiero sull’ Olocausto e non si limiti a battute di pessimo gusto (il gas serviva per la disinfestazione), ancor più quando provengono da un ministro della Chiesa.

Il Concilio sappiamo che è stato contestato da alcuni gruppi di cattolici ed addirittua  dall’ interno stesso della Chiesa da vescovi  e sacerdoti, che addirittura hanno negato la validità dell’elezione dei Papi a partire da Giovanni XXIII in poi.

Nei secoli molti sono stati gli antipapa, tra di essi – per restare ai nostri giorni – il più noto è Pio XIII al secolo Lucian Pulvemacher, che addirittura considerava Giovanni XXIII un massone e Giovanni Paolo II un eresiarca.

Credo che ciò non meriti commenti, mentre auspichiamo vivamente che si possa riprendere il dialogo tra le diverse religioni, in occasione del prossimo viaggio del Pontefice in medio-oriente.

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Il 18  gennaio  1992, al rientro da una festa,  una  giovane di  Lecco  Eluana Englaro si  schiantò con la sua auto contro un muro nei pressi della sua città Lecco ed entrò in uno stato vegetativo continuato per 17 anni sino alla sua morte avvenuta il 9 febbraio 2009.

In tutti questi anni il padre ha percorso ogni via possibile pervenendo  al riconoscimento – da parte della Cassazione,  con sentenza del 13 novembre 2008  -  della sospensione  della alimentazione artificiale mediante sondino naso- gastrico, che teneva in vita la ragazza, accogliendo quindi le motivazioni del genitore basate  sulla possibilità di rifiutare  le cure  configurandole quale  accanimento terapeutico e non un caso di eutanasia.

Tale drammatico evento rappresenta certamente una vicenda molto triste, ancor più se si pensa al genitore definito addirittura “assassino” da alcuni ambienti politici e religiosi, tanto da essere stato iscritto dalla Procura di Udine nel registro degli indagati per omicidio unitamente al personale dello staff medico e questo perchè si è arrivati a denunciare il Sig.Englaro per la sua caparbietà a portare avanti un diritto riconosciutogli dalla magistratura, in mancanza peraltro di una legislazione appropriata, senza tenere in buon conto lo straziante dolore di un padre, ma contrapponendo due ideologie basate sulla cultura della vita e su quella della morte. Ad oggi esiste querela da parte del sig. Englaro contro taluni dei suoi accusatori.

Questi tragici fatti, che hanno scosso le coscienze degli italiani, serviranno se non altro a stimolare  la politica sollecitandola a porre finalmente mano ad una legge tanto attesa sul “testamento biologico”, che possa essere varata nel comune interesse dei cittadini, superando le ormai tristemente note contrapposizioni ideologiche, talvolta dettate solo da superficialità accompagnata spesso da volgarità, pur di apparire magari in qualche talk-show televisivo alla moda. 

In realtà è tornato alla ribalta lo spinoso problema dei rapporti tra Stato e Chiesa che, per noi Italiani, è ancor più sentito proprio per gli stretti rapporti  che la Città del Vaticano – quale enclave sul nostro territorio –     mantiente con la nostra Nazione.

A questo punto sarà bene andare a ripercorrere quelli che sono stati i rapporti sanciti dalle leggi e dai trattati, a partire già dall’Unità d’Italia, proprio per definire e delineare meglio le rispettive prerogative dei due Stati, garantendo la sovranità spirituale del Papa, ma non il suo potere temporale.

Il trasferimento della capitale a Roma aveva reso ancor più necessaria una legislazione, che limitasse e nel contempo salvaguardasse i rapporti tra lo Stato e la Chiesa.                                   

L’idea però di una sovranità papale senza sudditi e senza territorio non era nuova:  una  corrente  di “separatisti”  affermava una libertà per la Chiesa analogamente a quella dello Stato ed a quelle delle altre comunioni dissidenti o incredule. Il più grande comunque dei separatisti fu Camillo Benso conte di Cavour, che sintetizzò – sfruttando una formula che era già stata enunciata dal cattolico liberale francese Montalembert  ”Libera chiesa in libero Stato” – quella che per lui poteva essere la soluzione della così detta “questione romana”.

L’idea cavouriana era che lo Stato dovesse rinunciare ad ogni forma di controllo della Chiesa, ma che questa dovesse vivere secondo il diritto comune e quindi laicizzazione dello Stato e libertà della Chiesa per gli aspetti spirituali della sua missione: a tale soluzione si poteva pervenire con l’aiuto dell’opinione pubblica e con la rinuncia del Pontefice al potere temporale, avendo in cambio delle garanzie da parte del governo italiano.

Il punto culminante della politica di Cavour è rappresentato dai discorsi tenuti alla Camera nel marzo 1861 e nell’aprile successivo al Senato, in cui ribadiva la necessità per il Papa di abbandonare il potere temporale dedicandosi alla  vera sua missione, quella spirituale, che avrebbe accresciuto anche  il suo prestigio e la sua autorità, dedicandosi soltanto alla cura delle anime.

Il 6 giugno 1861 però Cavour si spense e gli succedette il barone Bettino Ricasoli, il quale auspicava una politica ecclesiastica, che affrancasse lo Stato dalle indebite ingerenze della Chiesa,  ma che nello stesso tempo rendesse attuabile una riforma interna della Chiesa stessa, che consentisse di superare l’irrigidimento papale sulla questione che fece naufragare ( in un clima peraltro di grossa  diffidenza tanto da parte della Chiesa quanto da parte dello Stato italiano)  tutti i frequenti tentativi di negoziati.

Nel dicembre 1870 il governo italiano presentò un progetto di legge che determinasse il modo con il quale si potesse garantire alla  Santa  Sede la libertà di svolgere le sue vere funzioni,  riservando al  Pontefice  una posizione di privilegio e gli onori sovrani: era insomma una impostazione cavouriana, che mirava quindi a realizzare la piena libertà del  Pontificato  in merito all’ ordine  religioso,  anche per  quanto  concerneva l’immunità dei palazzi e dei beni immobili, estendendo tale prerogativa ai rappresentanti del Pontefice, che avrebbero goduto dell’immunità riservata ai diplomatici di uno stato estero anche se considerati cittadini dello Stato italiano.

Il dibattito parlamentare iniziò alla Camera il 23 gennaio 1871 e prevedeva di legiferare su due titoli: il primo riguardava la Santa  Sede e,  pur riconoscendo al  Papa  gli onori sovrani e l ‘esenzione dalla  giurisdizione statale, non gli riconosceva la sovranità ma concedeva una somma annua di 3.225.000 Lire; il secondo titolo riguardava più strettamente i rapporti tra lo Stato italiano e la Chiesa. Subito si delinearono due schieramenti estremi, che presero il sopravvento, i “clericali” e i “radicali”. I clericali giudicavano il progetto inadeguato, mentre i radicali lo combattevano non ritenendo, a loro giudizio, giustificato alcun privilegio per la religione cattolica e per i suoi ministri.

Il 23 gennaio 1871 la Camera –  dopo una discussione molto  travagliata  dei singoli articoli della legge – approvò con 185 voti favorevoli e 106 contrari su 291 votanti, con larga maggioranza specie dei partiti del centro.

Il 20 aprile 1871 il Senato approvò nel suo complesso con 105 voti favorevoli e 20 contrari salvo che per un paio di emendamenti, che riguardavano essenzialmente la libertà per la Chiesa di insegnamento e quella di possesso e di amministrazione dei propri beni  immobiliari.  La legge  ritornò  alla  Camera,  che  approvò definitivamente  i 19 articoli il 9 maggio 1871, quasi senza discussione, ottenendo 151 voti favorevoli e 70 contrari.

La legge fu però respinta decisamente dalla Santa Sede con l’Enciclica “Ubi nos” del 15 maggio 1871, come pure l’annua dotazione di 3.225.000 Lire ma, non prevedendo un accordo con la Santa Sede, ebbe completa attuazione, consentendo al Papa di svolgere la sua attività con la massima indipendenza e consentì l’opera di progressiva pacificazione tra Chiesa e Stato, di cui già si sarebbero potuti vedere i frutti, positivi e negativi, nell’età giolittiana.  La legge fece  sì che in Italia  le forze liberali e quelle cattoliche attenuassero a poco a poco le reciproche diffidenze e le antiche asprezze polemiche.

Il timore poi del socialismo, comune al liberalismo ed al cattolicesimo ufficiale,  avvicinò  ulteriormente  le due correnti politiche e di opinione, che ormai – in epoca giolittiana – consideravano largamente superata la stessa ragion d’essere della “questione romana”, sorta nel 1870 con l’annessione di Roma al Regno d’Italia.

Successivamente, il 11 febbraio 1929 furono firmati (Benito Mussolini e Cardinale  Pietro Gasparri)  i “Patti Lateranensi”, che prevedono un  Trattato  ed un  Concordato tra la  Santa  Sede e  l’ Italia per il  reciproco riconoscimento compreso quello di considerare la religione cattolica/apostolica/romana la sola religione dello Stato, nonchè di riconoscere la proprietà ed esclusiva potestà e giurisdizione sovrana della Città del Vaticano.

La  Costituzione  Italiana della neonata  Repubblica  riconosce la validità dei  ”Patti”  e  pertanto  qualsiasi modifica deve essere successiva al variato disposto della Costituzione in mancanza di accordo tra lo Stato italiano e la Santa Sede: diversamente si può procedere autonomamente.

Il 18 febbraio 1984  (governo Bettino Craxi e Cardinale Agostino Casaroli)  fu rivisto soltanto il Concordato, in particolare per eliminare la clausola della   “religione di Stato”   e fu concessa invece  la  possibilità per i cittadini di destinare l’otto per mille su quanto pagato al fisco nella denuncia annuale, nonchè di riconoscere gli effetti civili del matrimonio religioso.

Ho voluto fare un breve excursus storico/legislativo concernente i passi che hanno segnato i rapporti tra lo Stato italiano e la Chiesa  cattolica a partire  dall’Unità d’Italia,  per cogliere  appieno quali possono  essere ancora oggi le divergenze di opinione tra i cittadini italiani difronte ad un tema tanto sensibile quale la fine di una vita.

E come non ricordare le battaglie per il referendum abrogativo della legge sul divorzio del 1970, passato il 12 maggio 1974 con circa il 60% dei no?  Ed ancora le accese discussioni sulla legge 194  approvata  il 22 maggio 1978 circa l’aborto volontario entro i primi novanata giorni dal concepimento? La legge istitutiva fu anch’essa oggetto di referendum abrogativo, che però fu respinto con il 68% dei votanti.

Questi fatti dovrebbero farci riflettere sull’importanza di non dare per scontato certi auspicati risultati voluti da taluni paladini della cristianità, i quali a loro volta magari  hanno avuto interesse ad  usufruire proprio di quelle leggi per la loro vita coniugale, in particolare per il divorzio.

Tali temi dovrebbero farci riflettere sull’importanza di pervenire ad una condivisione la più larga possibile di tutte le forze in campo,  ivi comprese quelle della scienza, a totale beneficio della  stragrande  maggioranza dei  cittadini,  che sempre più  manifestano  esigenze  diverse  anche in  relazione al  loro status,  vista la   importanza  che sempre  più  riveste la  molteplicità  di etnie in  presenza  di una società  sempre  più multirazziale.

Forse finalmente si potrà costruire un sereno dialogo tra la Chiesa ed il mondo dei laici, tra i quali non pochi sono i cattolici: è necessario abbandonare ogni criterio di laicismo e di integralismo per portare i cittadini a vivere in una società – ce lo auguriamo – anche più giusta. E’ il caso di ricordare ancora quanto ebbe a dire il Papa Giovanni XXIII  in occasione del  Concilio Vaticano II  e cioè che bisogna  sempre  ricercare il dialogo a partire dalle questioni che accomunano, per poi passare a quelle che dividono.

 Quest’anno va ricordato, per inciso, che ricorrono due importanti anniversari: l’ottantesimo anno dei “Patti Lateranensi” ed il venticinquesimo anno della revisione del “Concordato”, nonchè la decisione della Santa Sede di aggiornare  - a partire da quest’anno –  la propria  legislazione con  quella italiana.  Verrebbe da commentare che  ”ne è passata di acqua sotto i ponti del Tevere”!

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