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Quante volte le mamme del Corno d’Africa, del Sud-Est asiatico o dell’ America Latina ascoltano questo grido di dolore emesso dai loro bimbi e sono costrette a chinare il capo per non far vedere il loro pianto, per la consapevolezza di non poter alleviare anche soltanto in parte la loro sofferenza?

La FAO stima in circa 1 miliardo le persone, che soffrono la fame e in oltre 2 miliardi la malnutrizione, di cui l’ 80% circa in Africa e, a quanto sembra, il problema non è la scarsezza di generi alimentari, considerata l ‘enorme quantità di cibo che finisce nelle discariche: gli sprechi dei ricchi potrebbero alimentare gran parte di questi sventurati.

E’ un problema che riguarda paesi con scarsità di entrate, da non poter finanziare i necessari miglioramenti per ribaltare la difficile situazione. Vi sono paesi schiacciati dai debiti contratti con i paesi ricchi, che non riescono neppure a far fronte ai pagamenti degli interessi annui. Altri paesi ancora sono op-pressi dalle ingiuste politiche di sfruttamento delle loro risorse, effettuate dalle multinazionali.

Si può forse affermare che il vero problema di tali situazioni di enorme disagio per questa grande massa di uomini del nostro pianeta non può che essere ricondotto al bieco sfruttamento perpetrato dai ricchi a danno delle regioni più povere della Terra.

Ma – come se non bastassero già i dati preoccupanti forniti dalla FAO – non bisogna neppure sottacere che almeno 15 milioni di abitanti dei paesi sviluppati sono ormai nella fascia della povertà.

Sono anni ormai che l’ UNICEF denuncia i pericoli cui vanno incontro milioni di bambini, senza peraltro considerare i tanti addirittura neppure registrati alla nascita e quindi “invisibili”.

Quanti sono quelli sfruttati sessualmente (magari da quelle bestie di insospettabili cittadini organizzati con voli charters) o adibiti alla guerra o quelli già infettati dall’ AIDS ed ancora quanti saranno quegli infelici sopravvissuti anche se rachitici, causa la carenza alimentare e quanti quelli che muoiono di malattie facilmente prevenibili e/o curabili con semplici vaccinazioni o addirittura se fosse possibile per questi sventurati il facile accesso all’acqua potabile ed ai normali servizi igienici?

Si parla anche di almeno 50 milioni di donne, che non usufruiscono di alcuna assistenza per la loro gravidanza, di un milione circa di donne che muoiono prima del parto e di oltre 5 milioni di neonati morti.

Mentre nei paesi sviluppati continua la diminuzione della mortalità infantile ed aumenta la vita media degli abitanti, negli altri paesi il dato più eclatante è rappresentato da un consistente calo della natalità.

Sono cifre che fanno inorridire!

I fattori – sempre più negativi – che causano tanto dolore per una gran parte dell’umanità sono da ricercarsi essenzialmente:

  • - per i paesi già poveri nell’impennata dei prezzi delle materie prime dell’agricoltura;
  • - per i paesi in via di sviluppo nella mancata possibilità di accesso alla terra ed al credito, nonchè nei prezzi sempre elevati dei generi alimentari.

Del resto, non basta aumentare la produzione alimentare senza sviluppare l’agricoltura nelle zone più povere, proteggendo altresì i produttori di quelle zone dalle multinazionali, che finiscono per svilire i loro prodotti e nello stesso tempo costringono i loro paesi ad indebitarsi sempre più.

E’ necessario altresì combattere la povertà, per ridurre i gravi effetti della malnutrizione e riflettere quindi sul fatto che non solo sia doveroso, ma addirittura indispensabile, se vogliamo che la stessa pace e la sicurezza nel mondo non siano in pericolo, quando vengono lesi i fondamentali diritti dell’uomo: cibo e acqua, senza dimenticare il grave problema ormai mondiale del lavoro, che non può essere precario, poichè la precarietà inevitabilmente porta alla povertà.

Il vertice mondiale dell’alimentazione tenutosi nel 1996 concordò la riduzione entro il 2015 del numero delle persone malnutrite nel mondo: purtroppo siamo ancora una volta ben lontani dai giusti propositi della meta prefissata, considerato che molti paesi hanno contribuito molto meno di quanto a suo tempo sottoscritto e tra essi dobbiamo purtroppo annoverare anche l’ Italia.

In questi giorni i “grandi” della Terra partecipano al lavori del G8 in Abruzzo, la terra tanto martoriata dal recente terremoto e ci auguriamo che il rinnovato sostegno ai paesi poveri della Terra non sia solo nelle intenzioni, ma porti veramente e concretamente ad una inversione di tendenza a favore dei nostri fratelli in tutto il mondo e solo allora potremo veramente dire che sono “grandi”.

Le recenti forti denunce del Papa sulle ingiustizie sociali devono far riflettere e soprattutto tentare tutte le vie possibili per una maggiore solidarietà verso l’umanità più bisognosa: sono questi del resto i concetti più volte ripetuti dal Pontefice ed ora richiamati nell’ultima enciclica sociale “Caritas in veritate”, il cui significato è molto significativo.

Tutti dovremmo impegnarci per contrastare questo stato di cose, consapevoli che il vero sviluppo della umanità non può che essere mondiale. Bisogna scrivere nuove regole della globalizzazione, per salvaguardare la pace e la stabilità stessa del nostro mondo. Forse si potrebbe ipotizzare un nuovo governo mondiale, che affianchi l’ ONU e soprattutto che prenda le giuste decisioni per una maggiore solidarietà verso i meno fortunati e non subisca le politiche delle organizzazioni puramente finanziarie volte quasi esclusivamente al benessere di chi è già in questa condizione.

Bisogna forse investire maggiormente (istruzione, sanità e lavoro) proprio in quei paesi aiutandoli a crescere ed a camminare con le loro stesse gambe: la loro crescita darà frutti non solo a loro, ma anche e soprattutto a chi avrà avuto una visione dell’ economia mondiale fatta non soltanto sul puro profitto, ma sulla crescita generale con tensioni più controllabili.

Potrebbe sembrare un’ utopia, ma perchè non tentare visti i risultati sinora conseguiti con le vecchie regole? Almeno proviamoci.

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Un recente rapporto di  Amnesty International ci informa sui dati delle esecuzioni capitali avvenute nel mondo nei paesi  che tuttora  applicano tale condanna,  relativamente  all’anno  2008  ed al  primo trimestre del corrente anno.

Nel 2008 le esecuzioni sono state 2390, di cui almeno il 70% in Cina, che così mantiene ancora il triste primato della maglia nera tra i 91 paesi che tuttora prevedono la pena capitale, seguita da Iran, Arabia Saudita, USA e Pakistan.

Il dato relativo invece al primo trimestre 2009 registra almeno un centinaio di condanne a morte, considerando però tale dato purtroppo per difetto, tenuto conto della scarsa o addirittura nulla la trasparenza in materia di alcuni paesi.

Le esecuzioni avvengono tramite decapitazione, lapidazione, impiccagione, iniezione letale, fucilazione, sedia elettrica e camera a gas.

La pena di morte è prevista anche per i minorenni – tali alla data del loro crimine – e questo nonostante i divieti previsti da numerosi trattati e soprattutto anche dalla Convenzione Americana sui diritti umani e dalla Convenzione di Ginevra del 1949.

Molti sostengono che la pena capitale possa essere un giusto deterrente per non commettere delitti aberranti, ma la realtà è diversa: infatti,  proprio nei paesi in cui ancora vige,  i  reati previsti  non diminuiscono. E non è neppure da sottacere che talvolta si è proceduto con la condanna a morte mediante confessioni estorte e torture, false  testimonianze nei processi e si è pervenuti ad “uccidere” persone risultate poi innocenti, magari a seguito di esami del DNA.

A questo punto bisogna però riconoscere che in 63 paesi la pena di morte è stata abolita per tutti i crimini, che in 16 paesi è stata abolita soltanto per i crimini ordinari e che in 25 paesi la pena è stata abolita di fatto.

In Europa è ancora vigente in Russia e Bielorussia, mentre in Italia è stata abolita con la Costituzione della Repubblica Italiana – con decorrenza  1/1/1948  - ad eccezione dei reati previsti dal Codice Penale Militare di Guerra sino al  13/10/1994,   data che abrogò definitivamente tale pena,  sostituita  con il carcere a vita. Ricordiamo che la pena capitale venne introdotta nel 1926 solo per i reati contro i reali ed il Capo dello Stato e venne estesa anche ai gravi reati comuni nel 1931 con il  Codice Rocco.

L’  Italia  comunque ha certamente avuto – in questi ultimi decenni –  un ruolo  importante  per  la campagna di moratoria universale della pena di morte, iniziata già nel 1993 e conclusa il 18/12/2007 con la ratifica delle Nazioni Unite,  che ha registrato 104 voti a favore,  54 contrari e  29 astenuti.

Il cammino si presenta ancora lungo e difficile, ma non dobbiamo arrenderci e soprattutto assecondare tutti i tentativi che vengono proposti a tal fine, come quelli recenti della Comunità di San Egidio e le altre iniziative intraprese da “Nessuno tocchi Caino”.

Auspichiamo  quindi che a  breve i paesi, che sono  tuttora  non  favorevoli o ancora  indecisi,capiscano finalmente  l’inutilità  di una  pena  tanto estrema e  soprattutto  anche  economicamente  non utile, considerato che i costi per la messa in opera delle procedure relative all’attuazione della condanna sono certamente superiori al mantenimento  in struttura  carceraria  del  condannato  anche se per tutta la vita.

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